12 Dicembre 1969 ( 2a parte )

L’Osservatorio: fondamentale nella ricerca della verità è, indiscutibilmente, il lavoro del giudice Guido Salvini. In appendice al libro di Luciano Lanza, “Bombe e segreti”, si trova un’intervista di cui riportiamo parti, a nostro avviso, salienti.

Intervista di Luciano Lanza a Guido Salvini

QUELLA VERITÀ DA NON DIMENTICARE

Guido Salvini, 52 anni, giudice presso il tribunale di Milano, è stato giudice istruttore dal 1989 al 1997 di un’inchiesta sull’eversione di destra e su piazza Fontana. E in questa veste ha ricostruito l’attività di Ordine nuovo nel Veneto e di Avanguardia nazionale a Roma e nel Sud. Così ha messo in luce trame, alleanze, coperture politiche e militari che hanno portato alla strage del 12 dicembre 1969. Quella ormai definita «la madre di tutte le stragi». Dal 2003, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’occultamento dei fascicoli sulle stragi nazifasciste del 1943-1945.

D: con la sentenza della Cassazione del 3 maggio 2005 si chiude la lunga storia giudiziaria legata alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Una storia complessa, contraddittoria, piena di reticenze, di “misteri”. Eppure, in primo grado, il 30 giugno 2001, erano stati condannati all’ergastolo tre neonazisti (Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni) e un altro (Stefano Tringali) a tre anni per favoreggiamento. Poi il 12 marzo 2004 la Corte di Appello assolve i tre e riduce a un anno la pena a Tringali. La Cassazione ha confermato quella sentenza. Per quali ragioni si passa da una condanna a un’assoluzione?

R: a questo bilancio, apparentemente solo negativo, vorrei aggiungere subito la circostanza spesso dimenticata che, comunque, alla fine di queste indagini, per la strage di Piazza Fontana un colpevole c’è ed è Carlo Digilio. Lui per più di dieci anni, prima di fuggire a Santo Domingo, aveva svolto per il gruppo veneto di Ordine Nuovo il ruolo di “tecnico” in materia di armi e di esplosivi. La Corte di Assise di Appello e la Cassazione, pur assolvendo gli altri imputati per incompletezza delle prove raccolte, non hanno infatti toccato la sentenza di primo grado che aveva ritenuto Digilio colpevole quale partecipe alla fase organizzativa degli attentati, dichiarando in suo favore, come vuole la legge, la prescrizione grazie alle attenuanti per la sua collaborazione.   Digilio era il «quadro coperto» di Ordine nuovo: si occupava della logistica, e non era certo un anarchico né un seguace di Giangiacomo Feltrinelli o un agente del KGB. E ciò significa, lo si legge nella stessa sentenza di appello, come la strage e tutti gli attentati collegati abbiano una paternità certa sul piano storico-politico: sono stati ideati e commessi dai gruppi neonazisti, cioè quelli già al centro della prima indagine dei giudici Giancarlo Stiz e Pietro Calogero. Sul piano tecnico in sostanza le dichiarazioni di Digilio, di Martino Siciliano (che aveva partecipato solo ad alcuni attentati «preparatori») e degli altri testimoni sono state ritenute sufficienti per quanto concerne le loro responsabilità ma, in sede di appello, non sufficienti, e incomplete, per affermare la responsabilità delle persone da loro indicate come complici. Tutto questo nella grande maggioranza dei commenti è sfuggito. Così si è dimenticato come le indagini milanesi negli anni Novanta abbiano definitivamente collocato la strage nella casella politica già intuita da coloro che, pochi mesi dopo il 12 dicembre1969, avevano pubblicato il modello di ogni lavoro di «controinformazione»: il libro La strage di Stato. Ma oggi i principali imputati sono stati assolti tagliando, se non la paternità dell’operazione, buona parte di quel «film della strage» descritto nei verbali istruttori. Perché poi si passi da una condanna a un’assoluzione è evidentemente un problema di valutazione delle prove raccolte. Prove che è stato difficile portare in dibattimento anche perché a distanza di trent’anni molti ricordi sfumano, molti testimoni non sono quasi più in grado di testimoniare in un’aula anche per ragioni di salute e molti sono morti o comunque scomparsi. Io, nella mia veste professionale, rispetto ovviamente tutte le sentenze e non ho timore di dire che sia la sentenza di condanna sia la sentenza di assoluzione erano serie e motivate. Ma mi sento anche di dire che nelle sentenze di Appello e della Cassazione si è tornati un po’ alla discutibile logica, presente anche nei primi processi per piazza Fontana e negli altri processi per strage, della «frammentazione» degli indizi. Soprattutto mi sembra sia stata un po’ tralasciata nelle sentenze l’analisi del movente di un fatto simile, in quel particolare contesto storico-politico, a sua volta in grado di illuminare gli indizi e i personaggi. Una strage non è un reato a fini di lucro, ma ha un movente politico che va sempre cercato per capire se è in consonanza con i moventi ad agire degli imputati. E questa ricerca è quasi del tutto assente nelle motivazioni anche se lo scenario fornito dai documenti, tra cui quelli acquisiti da alcuni archivi, è assai ricco. E mi sento di dire che il movente, se preso in esame, sarebbe stato giudicato in sintonia con l’ideologia e la strategia dell’ambiente degli imputati. Non dimentichiamo: Ordine nuovo ha compiuto molti attentati prima e dopo il 12 dicembre 1969, era l’unica organizzazione terroristica che non si poneva il problema dell’eventuale verificarsi di vittime civili e, nei documenti cui si ispirava, era teorizzata la necessità di contrastare subito e con ogni mezzo, compreso il caos, l’avanzata del comunismo, favorita da un sistema parlamentare borghese ritenuto imbelle e putrescente in cui si salvavano, forse, solo i militari.

 

D: c’è però un elemento importante: in tutte quelle tre sentenze viene confermata la responsabilità di due protagonisti: Franco Freda e Giovanni Ventura. Quegli stessi personaggi individuati dal giudice di Treviso Stiz come responsabili degli attentati del 25 aprile 1969 a Milano, degli attentati sui treni tra l’8 e il 9 agosto e infine delle bombe del 12 dicembre. Senza dimenticare Guido Giannettini, informatore del SID, il servizio segreto italiano dell’epoca, uscito però dall’iter processuale nel 1982. Insomma, i giudici riconoscono che c’erano dei colpevoli, che erano dei neonazisti, ma non sono condannabili perché ormai definitivamente assolti. Allora la matrice di quegli attentati e della strage è indiscutibile o no?

R: certamente, la matrice della strage è ormai indiscutibile, la sua firma è la croce celtica di Ordine nuovo. Come lei ha detto, anche le ultime sentenze di assoluzione hanno una «virtù segreta», e cioè scrivono esplicitamente cose chiare: dopo le nuove indagini, è da ritenersi raggiunta la «prova postuma» della colpevolezza di Freda e Ventura, non più processabili perché assolti per insufficienza di prove per la strage di piazza Fontana, anche se già condannati per gli attentati precedenti. In Italia, come in tutti gli altri Paesi civili, le sentenze di assoluzione tecnicamente non sono soggette a revisione. Si può scoprire anche vent’anni dopo che un’assoluzione è stata pronunziata per sbaglio ma ormai è così, solo le sentenze di condanna possono essere riviste.

 

D:e Giannettini, e i rapporti tra i servizi segreti di allora e gli ordinovisti padovani? 

R: quanto a Giannettini e agli uomini del SID, le nuove indagini hanno arricchito, con molti episodi mai smentiti dalle sentenze, il quadro dei rapporti tra i servizi segreti e Ordine nuovo. Rapporti non occasionali ma organici in un reciproco scambio di favori contro il «nemico comune», compresa soprattutto la tutela del segreto su quanto avvenuto. Ricordo, tra i tanti esempi possibili, il ritrovamento di un documento non solo autografo ma addirittura interamente manoscritto dal generale Gianadelio Maletti, del 1975, e riguardante la fonte «Turco», cioè un ordinovista di Padova, tale Gianni Casalini. Il vicecapo del SID scriveva, con evidente preoccupazione, che Turco «voleva scaricarsi la coscienza» e riferire quanto sapeva delle attività del gruppo padovano, comprese le bombe sui treni. Conseguenza: «bisogna chiudere la fonte», incarico subito affidato da Maletti a un ufficiale piduista. Abbiamo chiamato Casalini vent’anni dopo e ci ha confermato che era tutto vero. Sapeva molte cose sulla cellula padovana di cui aveva fatto parte, ma a un certo punto nessuno si era più occupato di lui e di coltivare le notizie che poteva fornire. Ha confessato tra l’altro in questi tardivi verbali di aver partecipato materialmente con il gruppo agli attentati ai treni dell’agosto 1969 e, particolare non indifferente, che il gruppo padovano si riforniva di armi da quello veneziano. Ma quanto aveva detto allora non era mai giunto alla magistratura. Era rimasto nei cassetti del SID. Casalini quindi aveva sbagliato porta…

D: comunque, siamo sempre nell’ambito degli esecutori, dei manovali o al massimo dei quadri intermedi, ma restano, come al solito, fuori i nomi dei personaggi di spicco. Tanto per farne qualcuno famoso: Giulio Andreotti, Giuseppe Saragat, Mariano Rumor, Mario Tanassi, Franco Restivo…

Gianadelio Maletti e Antonio Labruna

R: Tutti questi nomi, a eccezione del senatore Andreotti, sono di politici già morti quando abbiamo riaperto le indagini e su questo versante non c’era quasi più nessuno da sentire. Solo il senatore Paolo Emilio Taviani poco prima di morire, mentre stava scrivendo la sua autobiografia uscita postuma con il titolo Politica a memoria d’uomo, ha voluto lasciare qualcosa di quanto sapeva. Anche il generale Maletti, uno dei capi del vecchio SID e uno degli uomini più ascoltati dagli ambienti politici del tempo, si è reso per tutta la durata delle indagini irraggiungibile, restando latitante in Sudafrica e ha fatto una fuggevole comparsa solo nel dibattimento di primo grado. Sul campo erano rimasti ormai solo i personaggi minori come il capitano Antonio Labruna, un vecchio spione quasi simpatico, un subalterno che aveva pagato per tutti. Nel 1993 ci ha portato la copia dei nastri relativi al golpe Borghese (a ogni buon conto se l’era tenuta per venti anni) consentendo così di provare al di là di ogni dubbio che la copia consegnata allora alla magistratura era stata dai suoi superiori alleggerita dei nomi più importanti, militari e civili (Licio Gelli compreso), coinvolti a vario titolo in quel progetto di golpe non proprio da operetta come si è voluto far credere poi. Sul fronte delle aspettative e delle reazioni politiche a livello più alto insite nei progetti degli autori materiali e dei quadri intermedi della strage non si è potuto quindi lavorare molto, se non per acquisire la conoscenza del fatto, riferito da vari testimoni ma stranamente del tutto assente nelle sentenze, che dopo il 12 dicembre gli autori del progetto si aspettavano non solo l’arresto di Pietro Valpreda o di qualcuno come lui ma una dichiarazione di stato di emergenza come primo passo di una stabile svolta autoritaria. Ciò è del resto in sintonia con la strategia di aree radicali come Ordine nuovo. Queste non potevano certo prendere il potere da sole, ma piuttosto fungere da detonatore: agire affinché altri, soprattutto i militari, si muovessero a loro volta. Del resto, «strategia della tensione» ha significato, non solo in Italia, un’azione combinata per creare tramite il terrore le condizioni per l’accettazione da parte dell’opinione pubblica di una stretta autoritaria. Complessivamente, la mia personale opinione è che comunque ben difficilmente a livello politico potesse essere concepita o accettata l’idea di una strage con la sua carica criminale, ma al di sotto di tali atteggiamenti vi sono livelli di collusione più sottili che comprendono la possibilità di accettare di divenire «beneficiari occasionali» di una strategia capace di utilizzare le bombe. Bombe e attentati potevano essere una manna per l’area moderata, e non dimentichiamo che dopo il 12 dicembre 1969 i contratti con i sindacati si chiusero più in fretta e più facilmente. Del resto, Edgardo Sogno, nel suo Testamento di un anticomunista, raccontò, poco prima di morire, come nell’area democristiana torinese più conservatrice si caldeggiasse in quegli anni la fase dei «piccoli botti», aiutando economicamente anche chi prometteva di commetterli, perché spaventare l’opinione pubblica serviva a mantenere lo statu quo. Una campagna di bombe dimostrative, come quelle deposte prima del 12 dicembre 1969, probabilmente era in qualche modo accettata in alto, ma forse l’eccidio di piazza Fontana è stato un’accelerazione o un mutamento di programma voluto dai suoi autori materiali.

D: e veniamo alla nuova inchiesta che la vede giudice istruttore. Per quale ragione lei nel 1989 inizia un’altra indagine sulla cosiddetta strategia della tensione, sull’attività degli estremisti di destra? Quali nuove piste individua? Quali scenari inediti si aprono?

R: L’indagine è ripartita quasi per caso dopo che per molti anni a Milano l’impegno a indagare sulla vecchia destra eversiva era stato quasi abbandonato. Una destra molto attiva e con molte collusioni. Accadde un fatto imprevedibile a margine dell’inchiesta sull’omicidio dello studente missino Sergio Ramelli. Una persona in cerca di un tetto sfondò la porta di un abbaino e vi trovò, in stato di abbandono, il vecchio archivio di Avanguardia operaia, il gruppo di cui alcuni componenti erano proprio in quei giorni accusati dell’omicidio. Oltre alle solite e ormai inutili schede sui «fascisti», vi era un documento anonimo ma riferibile al gruppo milanese di Ordine nuovo. Quel documento conteneva notizie inedite sui legami appunto tra la cellula milanese e le cellule venete ai tempi della strage e sul fatto che alcuni dei timer rimasti dopo il 12 dicembre erano stati consegnati dopo la strage alla cellula milanese. Questa avrebbe dovuto collocarli in una villa di Feltrinelli non per farla saltare in aria ma per indirizzare le indagini nei suoi confronti. Era un episodio misterioso, ma alcuni testimoni ci diedero conferma dell’esistenza di questo progetto e ripartimmo quindi proprio dagli spunti offerti da quel documento. Nel giro di poco tempo circostanze e notizie nuove cominciarono a depositarsi nell’indagine, come i frammenti di un puzzle, inizialmente disordinati ma poi sempre più leggibili. Quasi in successione Carlo Digilio, latitante da più di dieci anni, fu espulso da Santo Domingo e portato in Italia. Un vecchio «pentito» della destra milanese, passato in seguito alla malavita comune, Gianluigi Radice, ci indicò Martino Siciliano, sino a quel momento personaggio quasi sconosciuto, come una persona molto informata sulla strage di Milano avendo fatto per molti anni la spola tra la cellula di Mestre, in cui militava, e il capoluogo lombardo. Vincenzo Vinciguerra accettò di ricostruire i rapporti tra il vecchio mondo di Ordine nuovo e gli apparati dello Stato, e questo avvenne quando si rese conto che io, a differenza della procura di Venezia, non gli affibbiavo l’etichetta di «gladiatore», non lo accusavo, ipotesi questa tanto propagandata quanto priva di fondamento, di aver commesso l’attentato di Peteano con l’esplosivo di Gladio, e gli riconoscevo invece la sua identità, cioè quella di «fascista rivoluzionario» puro che aveva sempre rifiutato le collusioni con pezzi dello Stato e con la logica delle stragi contro i civili. A un certo punto si presentò anche il capitano Labruna (degradato e rimasto in Italia senza una lira a pagare anche le colpe dei suoi superiori) e ci portò la copia originale e impolverata dei nastri del golpe Borghese, quella non «alleggerita» dei nomi più importanti. L’arrivo in Italia di Digilio fu decisivo, perché solo allora, grazie a una serie di testimonianze incrociate, riuscimmo a provare definitivamente che proprio lui era lo «zio Otto», il personaggio misterioso comparso sullo sfondo delle indagini fatte a Catanzaro e indicato da Sergio Calore e da altri testimoni con il soprannome, pur senza conoscerlo, come il «quadro coperto» di Ordine nuovo in Veneto, incaricato di occuparsi dell’esplosivo utilizzato anche per piazza Fontana. Digilio, una volta in carcere in Italia e perso l’anonimato e le protezioni di cui aveva goduto, cominciò, seppur faticosamente e centellinando le sue dichiarazioni, a collaborare. Riuscimmo anche a raggiungere Siciliano in Francia. Alle prime avvisaglie delle nuove indagini era incerto se accogliere l’invito dei suoi ex camerati a raggiungerli in Russia, dove avevano impiantato una serie di attività commerciali, o a stabilirsi in Colombia, dove c’era la sua nuova famiglia. Comunque, sarebbe sparito per sempre se, ironia della storia, non si fosse mosso proprio il SISMI per rintracciarlo e convincerlo a collaborare. Sembra un paradosso, uno dei molti di questo processo, ma fu proprio qualche funzionario del SISMI, con una mentalità nuova e con l’obiettivo di riscattare in questa vicenda il passato dei servizi segreti italiani, a compiere il lavoro migliore, mentre molti colleghi magistrati guardavano con indifferenza, per non dire fastidio, alle nuove indagini su piazza Fontana. Intanto anche gli archivi dei servizi segreti, civili e militari, cominciavano ad aprirsi. Fu possibile acquisire nuovi documenti e certamente l’indagine, pur rimanendo non facile, fu almeno resa possibile da alcuni fenomeni politici quali la rivelazione di Gladio e la caduta del Muro di Berlino con la fine di fatto della guerra fredda. Coloro che, direttamente o indirettamente, avevano lavorato come «forze irregolari» a fianco dei servizi segreti occidentali, alleati o «prigionieri» delle loro strategie, erano ora più liberi di parlare perché, in un certo modo, la «guerra» era vinta, o comunque terminata ed era possibile alzare il velo anche sui suoi risvolti più tragici. In molti testimoni c’era orgoglio e insieme rammarico, perché erano consapevoli di essere stati usati, e se anche il nemico sovietico non si era impadronito dell’Italia, il futuro politico era di compromesso e non certo quello fatto di tradizione, gerarchia e fanatismo militare da loro auspicato. Un altro vantaggio fu, all’inizio della nostra indagine, poter lavorare in silenzio perché Mani pulite e il crollo della prima repubblica monopolizzavano l’interesse dei mass media e nessuno si era accorto di noi, almeno sino a quando qualche collega, forse indispettito dal fatto che la semplicistica equazione «Gladio uguale stragi» stesse venendo meno, non cominciò a porre un ostacolo dopo l’altro alla nostra in chiesta, diventando quasi il «salvatore» dell’ambiente su cui aveva indagato fino a poco tempo prima.

D: come è proseguita l’indagine?

Paolo Signorelli

R: la dinamica è stata molto particolare, in pratica un percorso a cerchi concentrici che portava però progressivamente al centro della strategia del terrore. Inizialmente abbiamo fatto luce su avvenimenti più esterni, anche avvenuti in luoghi diversi da Milano e qualche tempo prima o dopo il 12 dicembre, ma sempre ricollegabili a quella strategia certamente unica, almeno sino alla metà degli anni Settanta con il colpo di coda della destra estrema e golpista costituito dalla strage di Brescia. Queste sono anche le conclusioni cui è giunta la Commissione stragi. Vennero alla luce tanti episodi sotto questo profilo collegati tra loro. Ne ricordo solo alcuni: l’arsenale in un casolare di Camerino «scoperto» dai carabinieri e attribuito a giovani di sinistra della zona, in realtà allestito, prima della «scoperta», dagli stessi carabinieri e dal SID; le esercitazioni e gli attentati del MAR di Carlo Fumagalli in Valtellina, con armi e divise fornite dall’esercito e tanto di avviso alla più vicina stazione dei carabinieri quando c’era da spostare una macchina carica di armi; la strage dell’estate 1970 sul treno Freccia del Sud prima della stazione di Gioia Tauro, attribuita a un errore del macchinista ma in realtà, come scoprimmo, causata da un ordigno deposto sui binari da avanguardisti di Reggio Calabria; l’attentato alla caserma dei carabinieri di Este commissionato dal SID a uomini di Ordine nuovo del posto per creare tensione; le bombe a mano SRCM riconsegnate dal gruppo dei milanesi ai romani del gruppo di Paolo Signorelli dopo essere state usate nell’aprile 1973 nella manifestazione in cui fu ucciso l’agente Antonio Marino. E ancora i Nuclei di difesa dello Stato (quello sì, molto più di Gladio, un caso più politico che penale), una struttura pericolosa e con fini eversivi in cui ordinovisti e militari si addestravano insieme, all’inizio degli anni Settanta, in vista dell’imminente presa del potere. Ma fu solo quando Digilio e Siciliano, e anche Giancarlo Vianello, cominciarono a parlare degli esplosivi di tutti i tipi a disposizione del gruppo mestrino, dei contatti con Milano, che avevano portato Siciliano a commettere un attentato qualche tempo dopo (nel 1971, all’università Cattolica di Milano), e ancor di più quando emerse l’attentato alla Scuola slovena di Trieste del 3 ottobre 1969, davanti alla quale il gruppo al gran completo aveva deposto una cassetta metallica con chili di gelignite, che vi fu la sensazione di avvicinarsi al cuore della strategia: la strage di piazza Fontana. Ricordo altri due episodi che portavano in quella direzione: le riunioni nella libreria Ezzelino di Freda, quella di cui si è molto parlato anche nella prima indagine, dove Siciliano ci raccontò di essere stato presente nel 1969 e dove non si parlava solo del misticismo pagano e dei falsi «manifesti cinesi», attacchinati a Padova dai mestrini dopo averli ritirati dagli stessi padovani. Libreria e «mascheramento» da estremisti di sinistra erano esattamente la continuazione dei contesti, con voci questa volta dall’interno, in cui si era mossa anche la prima indagine. Davanti a questi episodi faccio fatica a spiegarmi come mai le sentenze abbiano respinto l’idea che tra gli amici di Freda e quelli di Maggi vi fosse una sintonia ben finalizzata.

D: con quali strumenti ha portato avanti per diversi anni questa inchiesta?

R : lavoravamo in modo quasi artigianale io e il mio collaboratore, l’insostituibile maresciallo Antonio Russo della Guardia di finanza, tra pile di fascicoli. Dieci o dodici anni sembrano pochi, ma sono un secolo in tema di sviluppo delle tecniche di indagine. Allora avevamo veramente pochi mezzi. Inoltre, occupandoci di fatti molto lontani non potevamo certo usufruire di strumenti efficaci come l’esame dei tabulati telefonici e di certe indagini scientifiche molto avanzate realizzate oggi sul luogo del delitto. Le stesse perizie fatte all’epoca sui resti dei vari ordigni erano incomplete, quasi disastrose, e ci rendevano praticamente impossibile fare delle comparazioni con i nuovi risultati acquisiti tramite le testimonianze. Anche la solidarietà all’interno del tribunale è stata scarsissima, sentivamo intorno a noi quasi un atteggiamento di ironia perché ci occupavamo di quella che veniva chiamata «archeologia giudiziaria». Per fortuna a partire da un certo momento ci hanno aiutato molto alcuni carabinieri e alcuni poliziotti: hanno svolto le indagini a loro delegate senza guardare in faccia nessuno, anche se i risultati potevano toccare i vecchi ufficiali e i vecchi funzionari magari responsabili in passato dei depistaggi di quelle stesse indagini. Ci ha anche molto aiutato il perito che avevamo nominato: lo storico e specialista in archivistica Aldo Giannuli. Si è dimostrato un vero segugio nel trovare documenti utili tra armadi pieni di faldoni che per la prima volta era possibile visionare negli archivi.

 

D: dalla lettura delle sentenze di Appello e della Cassazione sembrerebbe che tutta la sua inchiesta si basi sulle confessioni dei pentiti Digilio e Siciliano.

Mario Merlino ieri e oggi

R: non è così. I riscontri obiettivi e gli apporti di altri testimoni sono stati molti nonostante lavorassimo su episodi lontani nel tempo, anche sugli attentati precedenti da noi definiti «preparatori» alla strage di piazza Fontana. Quando scoprimmo la responsabilità per gli attentati in contemporanea del 3 ottobre 1969 alla Scuola slovena di Trieste e a un cippo di confine a Gorizia del gruppo di Delfo Zorzi, attentati per i quali fra l’altro furono utilizzati almeno sei chili di gelignite, riuscimmo a trovare, grazie a un vecchio giornale dell’epoca, addirittura il titolo del film in programmazione quella sera in un cinemino di Gorizia che Siciliano ci aveva raccontato di aver visto insieme agli altri mentre attendevano l’ora propizia per andare a deporre l’ordigno. Ricordo ancora il titolo di quel vecchio film, La realtà romanzesca, un titolo quasi allusivo. Poi per caso, nel 1996, durante un accesso alla questura di Firenze dove non immaginavamo si potesse trovare del materiale sul gruppo sotto indagine, trovammo un pacco di lettere e di fax scambiati fra Tringali e Zorzi. Da questi documenti, nonostante qualche tentativo di «criptarne» il significato, si capiva chiaramente come già vent’anni or sono la maggiore preoccupazione del gruppo era Siciliano. Considerato evidentemente un debole, temevano «crollasse» psicologicamente e raccontasse la storia del gruppo mestrino, inclusi i segreti «scottanti» (così definiti in una lettera) di cui anche Tringali era depositario. Un bel riscontro anticipato quindi, risalente a tempi non sospetti, del valore complessivo di quanto Siciliano ci avrebbe poi detto. In quelle lettere si faceva anche riferimento al terrore che gli inquirenti potessero scoprire l’«anello di congiunzione», all’epoca, tra il gruppo mestrino e l’«amico Fritz», cioè certamente Freda o Fachini del gruppo di Padova. Era un elemento importante perché la sentenza di appello, in alcuni passaggi per la verità un po’ discutibili, ha indicato come elemento di debolezza dell’accusa il fatto che non fossero sufficientemente provati i rapporti operativi tra il gruppo mestrino e quello di Padova, tralasciando tra l’altro di rilevare, sul piano storico e geografico, l’ovvia circostanza che Mestre era in pratica la periferia di Padova perché in tale città quasi tutti i mestrini, ordinovisti e non, andavano a frequentare l’università. Comunque, quelle lettere (una prova documentale importantissima) non sono state nemmeno fotocopiate dalla procura e portate nell’aula della Corte d’assise, e questo non è l’unico caso di atti importanti che avrebbero dovuto essere usati e, con una certa disattenzione, sono stati invece dimenticati. Vi sono state poi altre testimonianze in grado di illuminare la fase preparatoria degli attentati del 12 dicembre 1969, come quella, confermata anche in dibattimento, di Ennio Peres, da giovanissimo vicino ad Avanguardia nazionale, amico personale di Mario Merlino e in seguito allontanatosi rapidamente da tale mondo. Attualmente, fra l’altro, cura una brillante rubrica di enigmistica sulla rivista «Linus». Ecco cosa ci raccontò Peres: poche settimane prima del 12 dicembre 1969 Merlino gli aveva chiesto di «darsi da fare per la causa» e di deporre una borsa all’Altare della patria di Roma senza preoccuparsi più di tanto perché «la colpa sarebbe ricaduta su altri». Peres non accettò e, una volta avvenuti gli attentati, capì subito quale avrebbe dovuto essere il suo ruolo, anche se non ha avuto il coraggio di raccontarlo se non dopo tanti anni. Una testimonianza apparentemente minore la sua, ma importante se si ricorda che gli attentati di Milano e di Roma furono un tutt’uno e, come hanno poi spiegato Vinciguerra e altri testimoni, Ordine nuovo e Avanguardia nazionale si erano in pratica divisi i compiti, e Avanguardia si era ritagliata il suo ruolo a Roma ove da sempre era più forte e radicata. Non dimentichiamo poi le intercettazioni, poco valorizzate nelle sentenze di assoluzione, come quelle in cui, nel 1986, si sentono in diretta i tentativi del gruppo mestrino di indurre a ritrattare una testimone che aveva confermato il racconto di Siciliano in merito a un attentato commesso da membri del gruppo nel marzo 1970 a danno del grande magazzino Coin di Mestre. Un attentato modesto e sul piano penale ormai prescritto, ma sul quale fare piena luce era molto pericoloso per il gruppo in quanto l’esplosivo usato, forse imprudentemente, poteva riportare all’intera dotazione del gruppo stesso e ai ben più gravi attentati precedenti. Tornando a Siciliano, sempre combattuto tra la scelta di affidarsi allo Stato e le lusinghe dei suoi ex camerati, bisogna anche sottolineare come dopo il 1995 sia stato fatto tutto il possibile per scoraggiarne la collaborazione. Le iniziative singolari della procura di Venezia, subito riversate sulla stampa locale, hanno reso la sua collaborazione di pubblico dominio delegittimandola proprio nel momento cruciale dell’indagine. In seguito, le strutture addette alla sua protezione lo hanno lasciato in uno stato pressoché di isolamento, costretto a condurre una vita stentata e a pagarsi anche le telefonate ai suoi familiari in Colombia. Alla fine, Siciliano ha testimoniato e confermato tutto il suo racconto nel processo di appello, ma forse era ormai troppo tardi. Gli ostacoli e gli atteggiamenti di gelosia e di insofferenza che avevano contrassegnato l’indagine negli anni precedenti, ne avevano irrimediabilmente segnato l’esito. È stata la prima volta, nelle indagini sulle stragi, in cui i boicottaggi non sono venuti dai servizi segreti o da altre «forze oscure» ma dall’interno stesso della magistratura. Risulta, quindi, chiaro che Ordine nuovo, ma anche Avanguardia nazionale, sono i soggetti politici più attivi nella strategia della tensione.

 

D: dalla sua inchiesta è arrivato a evidenziare cosa realmente si proponevano?

R : Ordine nuovo (ON) e Avanguardia nazionale (AN) entravano e uscivano dal vecchio Movimento sociale italiano, ne condividevano quantomeno l’ambiente umano e soprattutto erano entrambi componenti del Fronte nazionale del principe Junio Valerio Borghese, un’organizzazione seria e ramificata di cui si è sempre parlato troppo poco. Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie era un movimento molto rozzo, quasi privo di un’elaborazione politica, vi militavano molti sottoproletari utilizzati per gli scontri di piazza, ma fu il primo a intuire le possibilità offerte dall’infiltrazione nei gruppi studenteschi grazie al motto del nazimaoismo. Vinciguerra ci ha del resto raccontato come erano proprio i militanti di AN ad attacchinare i finti manifesti filocinesi, stampati, secondo il suo racconto, con i soldi del ministero dell’Interno. Manifesti pensati sia per spargere confusione nel PCI e nella sinistra sia per spaventare i benpensanti. In realtà erano gruppi inventati dagli avanguardisti. AN ebbe anche un ruolo decisivo nell’alimentare la rivolta di Reggio Calabria, riuscendo a incanalare un moto spontaneo di protesta e a renderlo funzionale agli interessi dei notabili reazionari e dei gruppi mafiosi del luogo. A Reggio Calabria AN aveva anche l’intento di addestrare i propri uomini sulla piazza in vista del sostegno a una possibile azione golpista. Ordine nuovo di Pino Rauti aveva invece un maggiore spessore teorico, un’ideologia di stampo prettamente nazista con venature iniziatiche ed esoteriche: i suoi militanti si definivano appartenenti a un «ordine di combattenti e di credenti». Privilegiavano, rispetto agli scontri di piazza, lo studio dei teorici della «tradizione» come Julius Evola e la costituzione di cellule formate da pochi militanti molto selezionati e ispirate al modello dell’OAS, i cui reduci avevano spesso svolto per loro il ruolo di istruttori. Ordine nuovo aveva chiaro, come l’OAS, che non si poteva prendere o mantenere il potere tramite gli attentati, ma contava (come insegnavano i principi della «guerra rivoluzionaria» elaborati in Algeria) su una catena di attentati per indurre altri, in pratica i militari, a muoversi. Del resto, l’esperienza di ON coincide in buona parte con quella dei Nuclei di difesa dello Stato, l’organizzazione «segreta» di cui facevano parte anche Freda, Ventura e probabilmente Maggi. Quest’ultima, suddivisa in legioni territoriali, si era incaricata di inviare agli ufficiali nelle varie caserme volantini per incitarli a sollevarsi contro la «sovversione rossa», e in qualche caso era riuscita a organizzare esercitazioni miste tra civili e militari. Piuttosto, come ho accennato, si è sempre parlato molto poco del Fronte nazionale, di cui sia ON sia AN erano tra i componenti, una realtà certo non trascurabile di cui facevano parte militari, imprenditori, elementi della nobiltà nera ed elementi massoni, in grado di attrarre anche politici apparentemente non di estrema destra. Molto probabilmente già nell’autunno del 1969 il Fronte nazionale aveva quasi messo a punto il suo programma di golpe e solo alcuni ritardi ed esitazioni dinanzi all’ampiezza della risposta popolare dopo gli attentati del 12 dicembre 1969 hanno indotto i suoi dirigenti a spostare in avanti il progetto di un anno, e cioè al dicembre 1970, perdendo tuttavia parte della spinta iniziale. Del resto, alla fine del settembre 1969 il principe Prospero Colonna, un esponente della nobiltà romana vicino al Fronte nazionale, rivelò a un ufficiale del SID come il piano per il golpe fosse quasi pronto e come il principe Borghese intendesse favorirlo con una serie di grossi attentati dinamitardi capaci di rendere inevitabile l’intervento dei militari al suo fianco. Quindi piazza Fontana era in qualche modo una strage annunciata. Purtroppo, la confidenza del principe Colonna non è mai stata approfondita né allora né in seguito e la morte di Borghese in Spagna ha contribuito a porre una pietra sull’intera vicenda.

 

D: qual è il ruolo dell’Aginter Presse e chi è Ralph Guerin Serac, pseudonimo di Yves Felix Marie Guillou?

Guerin Serac

R : l’Aginter Presse, fondata dal bretone Guerin Serac, già militare in Corea e in Indocina e disertore dell’esercito francese in Algeria avendo aderito alla rivolta dell’OAS, era un servizio segreto «privato» specializzato in azioni clandestine soprattutto, ma non solo, nei paesi del Terzo mondo, ovunque gli interessi dell’Occidente dovessero essere difesi dall’«avanzata comunista». Poiché ufficialmente non faceva parte di nessun governo, la sua esistenza evitava ai governi beneficiari delle sue azioni di sporcarsi le mani quando si trattava di eliminare un avversario o di preparare una sollevazione militare o difendere gli interessi occidentali in un paese coloniale o semicoloniale. L’Aginter Presse è stata in un certo senso il prototipo di quegli «eserciti privati» proliferati negli ultimi anni. Aveva sede inizialmente a Lisbona e in seguito, dopo la caduta del regime di Marcelo Caetano, si è spostata a Madrid sotto la protezione del generale Francisco Franco. Vinciguerra (così come Delle Chiaie e molti altri militanti francesi, portoghesi e anche americani) ha vissuto a lungo in una delle sue basi a Madrid e quindi, grazie al suo racconto e alle nuove indagini, ora sappiamo molto di più della storia di Aginter Presse, comprese le azioni, ancora sino alla seconda metà degli anni Settanta, in Algeria, in Honduras, in Angola e addirittura nelle Azzorre, ove era stata incaricata di creare un finto movimento di liberazione per proteggere le basi americane dalle rivendicazioni dei militari progressisti andati al potere in Portogallo con la Rivoluzione dei garofani. Aginter Presse aveva stretti rapporti con le organizzazioni dell’estrema destra italiana, soprattutto con ON, e forniva una «istruzione base» sull’infiltrazione, le tecniche di sabotaggio, l’uso degli esplosivi, la «guerra psicologica» contro il nemico. Come è noto, un lungo appunto del SID redatto già il 15 dicembre 1969 indica l’Aginter Presse come ispiratrice degli attentati del 12 dicembre, pur avendo l’accortezza di etichettare Guerin Serac come anarchico e indicare in Delle Chiaie e in Merlino i suoi principali referenti in Italia. Questo mischiare il falso al vero e al verosimile è una vera astuzia in quanto doveva costituire per il SID una sorta di alibi preventivo. Infatti, una volta consegnato l’appunto nel 1973 alla magistratura tramite i carabinieri di Roma (non si dimentichi: nei primi giorni dopo gli attentati avevano indagato proprio su Delle Chiaie e Merlino), nessuno poteva più dire che il SID non avesse fatto in qualche modo il suo dovere, anche se la pista offerta era assolutamente confusa e si risolveva il problema invitando i magistrati a indagare in Portogallo, cosa allora del tutto impraticabile. Personalmente sono convinto che gli autori materiali degli attentati del 12 dicembre siano stati italiani e non militanti venuti da fuori. Tutta la vicenda, per quanto tragica, ha un sapore decisamente «casereccio», ma, nel contempo, ritengo plausibile il messaggio generale dell’appunto del SID. L’Aginter Presse, infatti, si occupava di indicare la strategia generale, il «protocollo di intervento», spiegava cosa era opportuno fare pur senza indicare il singolo obiettivo, individuazione di pertinenza dei militanti locali già istruiti nei «corsi» della Aginter Presse. Del resto, i documenti trovati nella vecchia sede dell’Aginter Presse a Lisbona sono del tutto in sintonia con la pratica, anche nei paesi occidentali, di attentati misteriosi, non rivendicati e tali da creare un clima generale di insicurezza, utili soprattutto quando i governi locali si dimostrassero esitanti nel contrapporsi ai progressi dei «comunisti» di quel Paese. Le racconterò comunque un particolare capace di illuminare questa possibile fase di istruzione e di ispirazione ricoperta dall’Aginter Presse. Vinciguerra ha raccontato che, durante uno dei corsi di «istruzione» a Madrid, Guerin Serac aveva insegnato a nascondere un ordigno esplosivo in un oggetto apparentemente innocuo come un libro scavando una nicchia al suo interno. Proprio un ordigno fatto in quel modo, un grosso libro semisvuotato all’interno per nascondervi l’esplosivo, fu trovato inesploso nel rettorato di Padova pochi giorni prima dell’attentato più noto e riuscito per il quale fu in seguito condannato Freda. Un aggeggio del genere non si era mai visto. Solo una coincidenza? Dopo l’esperienza spagnola, buona parte del vecchio gruppo dell’Aginter Presse si è trasferito in Sud America, in Cile e in Argentina, a fare lo stesso lavoro, e l’ultima segnalazione su Serac lo indica negli anni Ottanta in Bolivia quale consulente del dittatore locale. Durante le nostre indagini abbiamo pensato di chiedere alle autorità francesi qualcosa del suo fascicolo, almeno per mettere a fuoco i suoi passati rapporti con l’Italia ma, prima ancora che partisse la nostra richiesta formale, un ufficiale di collegamento francese ci ha cortesemente avvertito di lasciar perdere: tanto non ci sarebbe mai stato dato o detto nulla. Non ho dubbi: così sarebbe stato. C’è poi un personaggio nei fatti del 1969 che oggi occupa ancora un posto di rilievo nel panorama politico: Pino Rauti, fondatore di Ordine nuovo poi rientrato nel Movimento sociale e poi promotore del Movimento sociale-Fiamma tricolore. Rauti viene indagato, messo in galera su richiesta dei magistrati Stiz e Calogero, ma rimesso in libertà da Gerardo D’Ambrosio il 24 aprile 1972.

D: nella sua inchiesta Rauti ricompare. In quale veste?

R : il nome di Rauti è ricomparso qua e là nelle testimonianze raccolte nelle nuove indagini sia in dettagli di «ambiente» sia invece in situazioni un po’ più compromettenti, anche se non è mai stato indagato. Tullio Fabris ha raccontato che anche Rauti era presente nel 1972 nel suo negozio di elettricista quando Massimiliano Fachini lo minacciò pesantemente per dissuaderlo dal raccontare tutta la vicenda dei timer e dei favori chiesti da Freda. Era una testimonianza plausibile: quando venne fatto un controllo nella casa di Ventura fu trovato un biglietto in cui era scritto: «Mi hanno perquisito. Informare Maggi e Rauti». Questo significa, e non può essere diversamente in un gruppo come Ordine nuovo con ben definiti rapporti gerarchici, che il rapporto tra questi vari personaggi era assai stretto. Tale avvertimento tra l’altro smentisce una delle tesi su cui si basa la sentenza di assoluzione, e cioè che non vi è prova sicura di legami significativi tra il gruppo padovano e il gruppo mestrino-veneziano. Un ordinovista veronese poi, Giampaolo Stimamiglio, ha ricordato al processo di piazza Fontana che Rauti e altri dirigenti di Ordine nuovo già nei primi anni Cinquanta erano stati convocati dagli alti comandi americani di Trieste per sondare la possibilità di una strategia comune. Rauti era stato tra coloro che non avevano rifiutato tale proposta di collaborazione in nome della comune lotta contro il comunismo, circostanza questa non insignificante se si pensa ai rapporti tra Ordine nuovo e le basi americane emersi proprio nelle nuove indagini. Inoltre Rauti nell’intervista pubblicata nel libro di Michele Brambilla, Interrogatorio alle Destre, incalzato dal giornalista sui fatti di piazza Fontana proprio nel periodo in cui si stava cominciando a parlare delle nuove indagini e per la prima volta era corsa voce della collaborazione di ex militanti di Ordine nuovo, ha risposto in modo un po’ sibillino: la responsabilità di piazza Fontana era dei servizi segreti, ma «i servizi utilizzarono come pedine ragazzi di destra che giocavano con il tritolo, con le ipotesi di golpe, con il clandestinismo», benché in buona parte inconsapevoli di essere al servizio di una strategia altrui. Detto da Rauti (all’epoca punto di riferimento per tutta l’area giovanile della destra radicale e in rapporti con pressoché tutti i militanti, peraltro non molti) non sembra certo un sentito dire ma piuttosto, se rapportato al momento dell’intervista, l’inizio del 1995, un «mettere le mani avanti» rispetto agli sviluppi della nuova indagine non del tutto immaginabili in quel momento. Certo un concetto come quello espresso da Rauti, a lungo deputato e quindi un «rappresentante del popolo italiano» colpito dalla strage, dovrebbe comportare il dovere di una spiegazione.

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