12 Dicembre 1969 ( 3a parte )

L’Osservatorio: Proseguiamo la pubblicazione dell’intervista di Luciano Lanza al giudice Guido Salvini, pubblicata nel libro di Luciano Lanza, “Bombe e segreti”

D: nell’attività dei gruppi di estrema destra in che misura e con quale funzione intervengono i servizi segreti americani?

R: la presenza e la funzione dei servizi segreti americani sono rimaste, soprattutto nei dibattimenti, un po’ sullo sfondo, di loro si è parlato poco. Non credo del tutto a Digilio (sicuramente un informatore delle basi americane in Veneto come molti altri militanti di ON) quando sostiene che gli ufficiali americani avrebbero direttamente ispirato e coordinato gli attentati. Questa versione poteva servire a Digilio per attenuare un po’ le sue responsabilità, presentarsi più come osservatore dei fatti che come responsabile della loro decisione ed esecuzione.  Credo però, nel contempo, che lo scambio di informazioni reciproco tra le basi americane e le strutture di ON fosse continuo e ben accettato da entrambe le parti in quanto i militanti di ON erano visti come «cobelligeranti» nella guerra contro il comunismo. Quindi i servizi segreti americani erano a conoscenza della campagna di attentati, dei loro autori, della loro progressione e hanno assunto un atteggiamento di «osservatore benevolo» non facendo mancare qualche aiuto logistico al gruppo come, per esempio, la fornitura di armi alla cellula ordinovista di Verona. Ovviamente in questo «controllo senza repressione» si guardavano bene dall’informare le autorità italiane perché quanto stava accadendo poteva risultare funzionale al mantenimento del quadro politico e delle alleanze per cui lavoravano le forze del Patto atlantico. Inoltre, da documenti recentemente declassificati degli archivi di sicurezza statunitensi e resi pubblici è emerso come gli Stati Uniti fossero perfettamente al corrente anche degli sviluppi del golpe Borghese.

Gianadelio Maletti

E il generale Maletti nella sua fugace e prudente deposizione al dibattimento di primo grado, nel 2001, ha tenuto a sottolineare come i servizi segreti italiani, in cui aveva ricoperto ruoli di alto livello, all’epoca dipendevano in tutto e per tutto da quelli americani. Il meccanismo direi non solo politico ma anche quasi psicologico che ha permesso sino alla metà degli anni Settanta l’esecuzione di stragi e attentati in una condizione di impunità e di sicurezza quasi garantita per i loro autori è quindi in un certo senso a gradini: c’è chi li commette, i gruppi terroristici di estrema destra; c’è chi appronta o ha già approntato false piste o si incarica di far fuggire chi sia stato inopinatamente individuato come Marco Pozzan, e mi riferisco ai servizi segreti italiani; c’è chi è soddisfatto di quanto avviene e certo non lo contrasta, e mi riferisco ai servizi stranieri alleati; e c’è infine chi, una parte del mondo politico, è convinto, magari a torto, di essere un potenziale beneficiario o di poter trarre comunque vantaggio da tutto questo. Quest’ultima aspettativa tuttavia, salvo qualche risultato immediato, a lungo termine non si realizza perché gli attentati impuniti suscitano alla fine una risposta democratica contro le ambiguità del potere contribuendo a portare verso nuovi equilibri anche all’interno della stessa Democrazia cristiana. Piuttosto, conseguenza probabilmente non prevista, piazza Fontana e le altre stragi con il loro fondo di irrazionalità sono certo non la causa ma almeno una forte concausa del passaggio delle organizzazioni armate di sinistra da azioni dimostrative al terrorismo perché, dinanzi alle stragi impunite, salta psicologicamente in molti giovani ogni remora a usare la violenza estrema. È come se si pensasse: se lo Stato protegge gli autori delle stragi allora la mia violenza cessa di essere moralmente illegittima. In realtà questa onda lunga e non calcolabile da chi il pomeriggio del 12 dicembre ha deposto la valigetta sotto il tavolo nell’atrio della Banca nazionale dell’agricoltura, finisce per lambire, sul piano delle conseguenze a lungo termine, l’unico crimine politico italiano che effettivamente ha avuto conseguenze dirette e in parte previste anche dai suoi autori e cioè l’omicidio di Aldo Moro. Dopo quell’omicidio, infatti, il disegno del compromesso storico e della solidarietà nazionale è entrato subito in crisi e sono comparsi come attori soggetti politici prima comprimari sulla scena.

D: Torniamo alla funzione degli americani.

R: le dichiarazioni di Digilio sul loro ruolo non devono essere poi più di tanto svalutate. Digilio, il cui padre, ufficiale della Guardia di finanza, era già durante la guerra un agente alleato con il nome in codice «Erodoto», ha parlato, per esempio, di un ex ufficiale italoamericano, Joseph Pagnotta, che con frequenti visite faceva da «supervisore» del loro gruppo ordinovista. Ebbene, a casa di questo Pagnotta (aveva partecipato allo sbarco in Sicilia e, prima di morire, si era stabilito per lungo tempo in Veneto) abbiamo trovato le agende di lavoro da cui risulta, con tanto di conteggi e indicazione di elicotteri e di carri armati, che egli faceva il lavoro riservato di vendita di mezzi dell’esercito USA a Israele negli anni Cinquanta-Sessanta in violazione dei divieti stabiliti dagli accordi internazionali dell’epoca. «Triangolazioni» di questo genere le fa solo un agente ad alto livello come ci insegna la vicenda Irangate e altre più recenti. Nel 1995 scoprimmo poi un’altra cosa molto interessante: mentre noi indagavamo sul possibile intervento dei servizi americani, un uomo della CIA a Milano stava acquisendo informazioni sulla nostra indagine contattando alcuni nostri testimoni e preparando anche una scheda su di me e sui miei investigatori. Quest’uomo si chiamava Carlo Rocchi, non un tipo qualsiasi perché già dal dopoguerra aveva lavorato per il reclutamento nei ranghi americani di ex ufficiali nazisti come Otto Skorzeny o il colonnello Eugen Dollmann, e più recentemente era stato mandato in missione nel Salvador. Quando gli domandammo perché lo facesse rispose tranquillamente perché riteneva scontato che gli alleati americani «avessero il diritto di sapere» cosa si faceva in Italia, indagini comprese. Non credo valga anche il contrario. Ricordiamo poi, tanto per attualizzare la storia delle interferenze sulla sovranità dell’Italia, che le basi americane in Veneto di cui parla Digilio e a cui molti ordinovisti avrebbero avuto libero accesso, sono più o meno quelle in cui, secondo gli esiti delle recenti indagini della procura di Milano, una squadra di agenti americani avrebbe trasferito e interrogato l’imam Abu Omar, rapito a Milano sotto casa sua nel febbraio 2003, prima di imbarcarlo su un aereo militare alla volta dell’Egitto. Quindi queste «presenze» non sono solo fantasie o forzature propagandistiche. In conclusione, la Commissione stragi è chiusa, i processi sono finiti, ma forse nei prossimi anni dagli atti degli archivi americani progressivamente declassificati per iniziativa di gruppi di studiosi verranno sorprese interessanti, come è già successo per quelli sul colpo di Stato in Cile e le complicità statunitensi.

D :un politico democristiano di lungo corso come Paolo Emilio Taviani, uno dei «padri» della repubblica, cosa ha sostenuto esattamente poco prima di morire?

Paolo Emilio Taviani

R : il senatore Paolo Emilio Taviani, uno dei pochi esponenti politici ancora viventi negli anni Novanta fra quelli con incarichi di rilievo negli anni della strategia della tensione, solo nel 2000 ha rivelato, in una serie di testimonianze rese nell’ambito delle nuove indagini, di aver appreso nel 1974 che la bomba collocata a Milano non avrebbe dovuto provocare vittime e che un agente del SID, l’avvocato romano Matteo Fusco, proveniente da una famiglia di militari, il pomeriggio del 12 dicembre 1969 stava per partire da Fiumicino per Milano, tardivamente incaricato di impedire gli attentati perché avrebbero avuto conseguenze più gravi di quelle previste. È una testimonianza assai attendibile in quanto la figlia di quest’uomo, Anna Fusco, ha confermato che il padre aveva lavorato per lungo tempo per il SIFAR e poi per il SID con incarichi di rilievo, tanto da occuparsi di «ripulire» nel 1968 l’ufficio del colonnello del SIFAR Renzo Rocca dopo il suo misterioso suicidio. Fusco in varie occasioni aveva confidato alla figlia il cruccio della sua vita: il fallimento del suo tentativo di impedire la strage di piazza Fontana. Fusco non era un semplice procuratore legale di provincia come Freda, ma un agente importante del SID e contemporaneamente un convinto aderente alla linea politica di Ordine nuovo di Rauti, quindi è uno degli elementi di intersezione a più alto livello sinora individuati tra il mondo militare e dei servizi segreti e la struttura politico-operativa di Ordine nuovo. Se un uomo come Fusco è stato inviato all’ultimo momento per impedire che una strategia, forse solo «dimostrativa», sfuggisse di mano, significa chiaramente un fatto: a Roma almeno una parte degli apparati istituzionali doveva essere bene a conoscenza della preparazione degli attentati, cercando solo all’ultimo momento di ridurne gli effetti. Taviani ha fornito quindi uno squarcio delle consapevolezze e delle collusioni degli apparati dell’epoca, anche se è inquietante il fatto che abbia sentito il dovere di questa timida apertura solo nel 2000, dopo essere stato sentito tante volte dai magistrati e dalla Commissione stragi.

D : appare chiaro: l’attività politica in Italia e quella dei governi, ma in una certa misura anche dei partiti d’opposizione, era fortemente condizionata dall’attività del SID e dell’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno guidato da Federico Umberto D’Amato. Un uomo diventato personaggio noto praticamente dopo la sua morte nel 1996. Infatti, passano solo sedici giorni dalla morte di D’Amato e vengono ritrovati dal suo consulente, Aldo Giannuli, ben centocinquantamila fascicoli del ministero dell’Interno non catalogati nel deposito della via Appia. Chi era D’Amato e quanta parte ha avuto nella strategia della tensione?

Federico Umberto D’Amato

R : sin dalle prime indagini funzionari del ministero dell’Interno vicinissimi a D’Amato furono coinvolti nel sottrarre all’attenzione della magistratura reperti importantissimi tra cui la cordicella della borsa in cui era nascosto l’ordigno trovato alla Banca commerciale e si impegnarono nel non fare le indagini con le quali si sarebbe potuto facilmente risalire agli acquirenti a Padova delle cinque borse utilizzate il 12 dicembre 1969. Del resto, fu proprio il ministero dell’Interno (mentre i carabinieri a Roma seguivano inizialmente la pista di Delle Chiaie) ad accompagnare immediatamente la magistratura sulla falsa pista anarchica. Non vi è da stupirsi.

 

Dai documenti rinvenuti da Giannuli proprio nel deposito di via Appia, quelli contenenti i verbali del Club di Berna (gli incontri informali degli anni Sessanta tra i rappresentanti dei vari servizi segreti europei di cui D’Amato era fra gli animatori), si legge che la sinistra e l’estrema sinistra, viste come l’unico pericolo, dovevano essere oggetto di operazioni di infiltrazione da parte di agenti ben addestrati anche «all’uso delle armi e degli esplosivi», come se loro compito fosse non solo prevenire attentati ma anche crearne le condizioni o ispirarli. In proposito non mi sembra sia stato mai abbastanza approfondito per quale ragione il ministero dell’Interno abbia avvertito la necessità di infiltrare a tempo pieno in un gruppetto insignificante come il Circolo 22 marzo di Roma, in cui Avanguardia nazionale aveva già inserito Merlino con compiti di provocazione, il finto anarchico Andrea, e cioè l’agente Salvatore Ippolito. C’erano forze ben più agguerrite nella nascente sinistra extraparlamentare in cui sarebbe stato più utile, tenendo conto dei non molti uomini di cui il ministero disponeva, infiltrare per mesi un agente segreto. L’unica spiegazione ragionevole? Da molto tempo doveva essere già in atto il progetto di creare una pista anarchica, studiando i movimenti di alcuni di loro, verso cui indirizzare la responsabilità di alcuni attentati. Tornando a via Appia, in quel deposito dimenticato, oltre a tante informative mai fatte pervenire alla magistratura, sono stati trovati nel 1996 addirittura «pezzi di bomba», cioè alcuni reperti, tra cui una sveglia bruciacchiata, dell’ordigno deposto alla stazione di Pescara, l’8 agosto 1969, giorno in cui furono collocate altre nove bombe in altrettante strutture ferroviarie. Se quel reperto fosse giunto in tempo alla magistratura inquirente, avrebbe potuto essere utilizzato per utili comparazioni, ma così non è stato. Mi viene in mente la confidenza fatta da Freda a Filippo Barreca, un esponente della ’ndrangheta calabrese che lo aveva aiutato e nascosto durante la prima fase della sua fuga da Catanzaro. Freda, come ha riferito poi Barreca divenuto collaboratore di giustizia, disse: «Se le cose vanno male tiro giù l’Italia, dirò quello che è successo, che la strage l’ha organizzata un prefetto». Una frase su cui meditare. Può spiegare come una parte delle istituzioni, coprendo e favorendo certi imputati, abbia fatto anche un’opera di autotutela.

D : servizi segreti, ufficio affari riservati, esponenti delle forze dell’ordine erano dunque impegnati a depistare e occultare. Riguardando quegli anni si vede una sorta di lungo filo nero di manomissione della verità, se non peggio.

i rottami dell’aereo sul quale viaggiava Enrico Mattei

 R : l’intera storia dell’Italia, sin dal primo dopoguerra, è attraversata, come da un fiume carsico, da manovre e operazioni sotterranee fatte per condizionare gli equilibri politici e istituzionali. Solo negli ultimi anni, anche grazie alle ricerche di un valente storico come Giuseppe Casarrubea, sta venendo alla luce la presenza di uomini del principe Borghese e di esponenti americani negli avvenimenti che hanno portato la banda di Salvatore Giuliano a compiere una delle prime stragi politiche, quella di Portella della Ginestra.

 

Solo oggi, grazie al lavoro solitario del collega Vincenzo Calia della procura di Pavia, è possibile affermare con certezza che la morte del presidente dell’ENI Enrico Mattei nel 1962 a Bescapè non fu dovuta a un temporale capace di far precipitare l’aereo su cui viaggiava ma a una piccola carica esplosiva sapientemente collocata nel vano del carrello dell’aereo alla partenza dalla Sicilia. Solo nel 1994 è stato scoperto in uno stanzino di un palazzo della magistratura militare a Roma l’«armadio della vergogna» con 695 fascicoli relativi a eccidi nazifascisti commessi in Italia contro la popolazione civile tra il 1943 e il 1945, insabbiati negli anni Sessanta con un provvedimento di «archiviazione provvisoria», quando ancora la maggior parte dei responsabili tedeschi e italiani era viva e raggiungibile. Sulle responsabilità, in ipotesi anche politiche, di tale «confisca di giustizia», una Commissione parlamentare di inchiesta sta ancora lavorando. Il fenomeno dei depistaggi e dell’occultamento riguarda quindi anche il nostro passato meno recente ed è sempre espressione, pur con forme diverse, della stessa strategia. La strage di piazza Fontana quindi non è un’eccezione. Come ha scritto il senatore Giovanni Pellegrino, l’attività storica e giudiziaria di questi anni, nonostante tutto, ha ristretto il campo dell’«indicibilità» aggiungendo costantemente frammenti di verità che si sommano alle acquisizioni precedenti rendendo progressivamente visibile l’invisibile. Pellegrino, citando Thomas Mann, ha ricordato: «Senza fondo è il pozzo del passato. Dovremmo per questo dirlo insondabile?». La domanda è retorica. No, il passato va continuamente sondato e non cessa mai di sorprenderci.

D : in questa luce assumono un’altra dimensione le accuse a lei rivolte dal suo collega veneziano Felice Casson e i procedimenti a cui l’ha sottoposta il Consiglio superiore della magistratura. O forse pecco di dietrologia?

Carlo Maria Maggi

R : la procura di Venezia di allora, e non solo una singola persona, ha la responsabilità storica di aver obiettivamente lanciato una ciambella di salvataggio ai membri del gruppo ordinovista di Mestre-Venezia, già in forte difficoltà nel 1994 perché temevano nuovi cedimenti collaborativi al suo interno. In concreto ha coltivato per oltre tre anni un esposto di Carlo Maria Maggi chiaramente infondato e strumentale. Maggi sosteneva di aver subìto durante «colloqui investigativi», peraltro liberamente accettati, presunte pressioni da parte degli investigatori. Si è giunti al punto di incriminare per «abuso di ufficio» non solo l’ufficiale dei carabinieri più impegnato nelle indagini sulle stragi (la vicenda ricorda amaramente cosa avvenne al commissario di Padova Pasquale Iuliano), ma addirittura di incriminare il sottoscritto nemmeno presente ai colloqui con Maggi. La nostra indagine è rimasta così semiparalizzata e delegittimata dinanzi ai possibili testimoni e collaboratori, ma anche dinanzi all’opinione pubblica, per un lungo periodo, passato il quale il «momento magico» era ormai svanito. Come si è letto poi nelle intercettazioni svolte in quei mesi dalla procura di Milano, gli ex ordinovisti esultavano per aver trovato qualcuno disposto a coltivare un esposto così sfacciatamente pretestuoso, e ogni iniziativa contro di noi della procura di Venezia veniva prontamente riferita dalla stampa locale grazie ai soliti «giornalisti amici». La cosa più inquietante? Proprio in numerosi passaggi di quelle stesse intercettazioni gli interlocutori raccontavano come l’esposto fosse stato un trucco strumentale ispirato e pagato dal Giappone, un imbroglio ideato per bloccare le indagini andato al di là delle più rosee aspettative. Ma quelle intercettazioni (che avrebbero comportato l’immediata archiviazione del fascicolo aperto contro di me e il capitano Massimo Giraudo) sono state accuratamente tenute fuori dal fascicolo stesso, benché il suo titolare disponesse di tutte le trascrizioni. Solo quando sono riuscito ad averle in mano, tre anni dopo, l’archiviazione è finalmente arrivata, ma ormai il danno era fatto. Il giudice per le indagini preliminari di Venezia, Luigi Nunziante (che tra l’altro, molti anni prima, aveva lavorato con il collega Giovanni Tamburino nella prima inchiesta sul golpe Borghese e sulla Rosa dei venti), scrisse che il carattere strumentale e di inquinamento di quell’esposto risultava per tabulas dalle intercettazioni tenute appunto in un cassetto dall’inquirente.

D : quanto avvenuto è stata insofferenza, gelosia o un semplice abbaglio?

R : difficile rispondere. Dopo la procura di Venezia cominciò a muoversi la procura generale della Cassazione, facendo fioccare contro di me decine di incolpazioni disciplinari redatte perlopiù in modo sgangherato. Quindi chi le scriveva aveva solo una vaga idea delle indagini, addirittura mi accusavano di attività mai fatte. Così il Consiglio superiore della magistratura aprì il famoso procedimento di «incompatibilità ambientale» per farmi trasferire da Milano, dove lavoravo da quindici anni, e togliermi le indagini. L’incompatibilità ambientale è un procedimento odioso in cui, a dispetto del «giusto processo», accusa e giudici sono rappresentati dalle stesse persone, la possibilità di difendersi è ridottissima, anzi più ti difendi più dimostri di essere «incompatibile», come nelle giustizie di «partito». Può durare un tempo indefinito e infatti il mio è durato sette anni. Caratteristica singolare: puoi essere trasferito anche «senza colpa», quindi puoi perdere il posto anche perché o soprattutto perché la tua presenza dà fastidio a qualcuno che è più potente di te. E questo nonostante i giudici, secondo la Costituzione, dovrebbero godere della tutela della «inamovibilità». Purtroppo, il CSM, dove pesano le correnti e gruppi di influenza di fatto stratificatisi nel tempo, fa fatica da sempre a trattare i suoi «governati» come se avessero uguali diritti, è sempre stato geloso del suo privilegio di dividere tra «buoni» e «cattivi» e, soprattutto all’epoca, per ragioni politico-giudiziarie, dava più credito e pendeva a favore delle varie procure. Non si saprà mai dove sarebbe stato possibile arrivare se questi ostacoli non fossero stati posti. Quando sono stato assolto da tutte le accuse la mia indagine era finita da un pezzo: è stato come consentire a qualcuno di entrare nello stadio quando l’arbitro ha già fischiato il fine partita e i giocatori sono ormai negli spogliatoi. Perdipiù, mi trovavo accanto una procura abbastanza demotivata che inizialmente aveva pensato di mandare di nuovo tutti gli atti a Catanzaro, poi ha avuto i suoi uomini più esperti occupati in altre indagini, infine, dopo una breve fase di ripresa di interesse, si è adagiata in tutto e per tutto sulla linea della procura di Venezia, rifiutandosi completamente di collaborare con me. Il pubblico ministero delegato alle indagini, in questa confusione, oltre a vedere progetti di attentato dappertutto contro la sua persona e a incriminare per «depistaggi», rivelatisi del tutto inesistenti, anche gli ufficiali di polizia giudiziaria che lavoravano al suo fianco, si è trovato a condurre un’indagine rapidamente arenatasi. Ulteriore paradosso. L’indagine della procura continuava a vivere solo degli atti utili che provenivano dalla mia inchiesta anche se al CSM era stato sollecitato, in ogni modo possibile, con audizioni ed esposti, di farmi scomparire. L’errore più catastrofico per il possibile sviluppo dell’indagine è stato l’arresto, richiesto dalla procura nella primavera 1996, senza nemmeno informarmi, di quattro «favoreggiatori» di Zorzi e Maggi che, a Mestre, nelle intercettazioni ambientali stavano parlando a ruota libera, fornendo inconsapevolmente moltissime indicazioni interessanti. Ovviamente dopo il loro arresto, seguito ben presto dalla scarcerazione per decorrenza dei termini (il favoreggiamento è un reato abbastanza lieve), quel canale si è chiuso e non è stata più acquisita alcuna informazione. Qualsiasi investigatore, secondo me, non avrebbe tolto dalla scena, sino alla richiesta di arresto, avvenuta nel 1997, di Maggi e Zorzi, e forse nemmeno dopo, le pedine che commentavano quotidianamente i fatti oggetto delle indagini e il loro sviluppo. Probabilmente gli arrestati sono stati i primi a esserne stupiti. In bene o in male, in termini di colpevolezza o di innocenza, non si chiude il rubinetto di notizie che scorre spontaneamente dall’ambiente degli indagati. E qui mi fermo perché solo su come le indagini si sono bendate e «autodepistate» da sole ci sarebbe da scrivere un libro.

D : alla fine di questo processo cosa si può dire di Pietro Valpreda, il «mostro» della prima ora recentemente scomparso?

R: personalmente penso al calvario di Valpreda come detenuto e come persona la cui vita è stata comunque definitivamente segnata da quell’accusa. Il primo processo terminò con un’assoluzione per insufficienza di prove contro cui si è battuto lo stesso procuratore generale di Bari sollecitando alla Cassazione un’assoluzione piena, mai accolta. Di fronte agli esiti delle nuove indagini che, nonostante le assoluzioni dei singoli imputati, hanno confermato in base alle parole stesse della Corte d’assise d’appello come la strage sia stata di inequivocabile matrice ordinovista, io però vorrei dire che questa insufficienza di prove non è più compatibile con quanto è emerso ed è storicamente superata dai fatti. L’insieme delle indagini condotte a Milano è del tutto incompatibile con il permanere di qualsiasi sospetto di colpevolezza nei confronti di Valpreda e ha invece il valore di un suo completo scagionamento, suonando come condanna storica e morale di altre persone, quali Freda e Ventura assolti in passato e non più processabili.

D : qual è stato l’atteggiamento delle forze politiche di sinistra negli anni in cui stava conducendo la sua indagine?

R : ondivago, a tratti indifferente. Il quotidiano «l’Unità» trattava nei suoi articoli quasi con sufficienza le nuove indagini ripartite a Milano o addirittura in modo quasi ostile nella fase tra il 1994 e il 1996. Quello stesso quotidiano diede invece ampio e del tutto acritico risalto all’azione della procura di Venezia contro di me e fu proprio un esponente DS, Giovanni Fiandaca, componente del CSM scelto da tale partito e presidente della prima commissione, a firmare l’atto di accusa per l’incompatibilità ambientale, cioè quel procedimento che non esito a definire una pagina nera della storia dello stesso CSM con il quale si cercò di farmi trasferire con la forza lontano da Milano, con il risultato obiettivo di affossare definitivamente le indagini su piazza Fontana. Per non parlare del ministro della Giustizia del governo di sinistra, Oliviero Diliberto. Nel 1999, quando fui assolto da tutte le incolpazioni del procedimento disciplinare aperto parallelamente a quello di «incompatibilità ambientale», Diliberto fece personalmente qualcosa che non accade quasi mai: impugnò l’assoluzione pronunziata nei miei confronti dinanzi alla Cassazione, la quale l’anno successivo gli diede sonoramente torto. Ma intanto un altro ostacolo era stato posto sulla strada già impervia delle indagini. Tornando all’«incompatibilità ambientale», cioè il tentativo di mandarmi via da Milano, il presidente della Commissione stragi, Pellegrino (una persona indipendente e che mi fu molto vicino perché aveva sin da subito compreso l’importanza dei nuovi elementi raccolti e da raccogliere) disse che quel tentativo del CSM, se fosse riuscito, avrebbe fatto impallidire le conseguenze causate dalla sentenza della Cassazione quando negli anni Settanta aveva disposto il trasferimento del processo a Catanzaro. In quel momento una possibile verità sulla strage di piazza Fontana non era più politicamente spendibile. Intorno al 1996 l’ex PCI, infatti, era entrato per la prima volta nel governo e non aveva interesse a rimestare il passato e soprattutto a confrontarsi con un’indagine nella quale si cominciavano a scoprire i rapporti esistiti tra Ordine nuovo e gli alleati statunitensi, cioè il soggetto dinanzi al quale l’ex PCI si stava legittimando come credibile forza di governo in Italia. Insomma, la mia indagine non aveva un «fatturato» politico. Solo più tardi, intorno al 2000, il gruppo DS nella Commissione stragi, con una lunga relazione, condivise e fece propri i risultati e gli scenari delle mie indagini, ma è stato un recupero tardivo dettato dal fatto che, paventando la sconfitta alle vicine elezioni politiche, di nuovo piazza Fontana poteva servire in chiave di polemica politica. Prima era bastata la verità parziale di Gladio. Quella andava bene a tutti, a quella larga parte del mondo politico, della magistratura e dell’informazione che aveva diffuso come verità indimostrabile ma sufficiente la responsabilità generica delle stragi di Gladio. Come dire tutto e nulla.

D : ma si poteva fare di più? La magistratura, così attiva negli anni Novanta nell’affrontare la corruzione politica e altri fenomeni criminali, cosa ha fatto per gettare luce su piazza Fontana e le altre stragi?

R : la magistratura per altre inchieste come Mani pulite e anche per l’indagine sull’omicidio del commissario Luigi Calabresi, ha messo in campo, in termini di indagini, i suoi uomini di punta e più preparati, ma non ha avuto altrettanta cura quando si è trattato di completare il lavoro su piazza Fontana da me iniziato e percorso per un bel tratto come giudice istruttore. Non giudico le intenzioni o la buona volontà ma un fatto obiettivo. Chi doveva finire di percorrere la strada tracciata era completamente digiuno di indagini sul terrorismo e non era certo propenso a «un gioco di squadra». Mentre il gioco di squadra, come si sente nelle stesse intercettazioni degli indagati, è in questi casi invece decisivo. L’ambiente degli ex ordinovisti ha favorito la divisione tra gli inquirenti, ne ha tratto poi il massimo vantaggio possibile e ha continuato a fare quel «gioco di squadra» mancato invece fra magistrati. Del resto, dalla fine del 1997, quando, scaduta l’ultima proroga si è conclusa la mia parte di lavoro, piazza Fontana è stata quasi la storia di un abbandono. Digilio non è stato quasi più interrogato da quando io ho terminato il mio lavoro: eppure, ne sono convinto, aveva ancora molte cose da dire. Infatti, quando io lo sentii per l’ultima volta proprio nel dicembre 1997, aggiunse ancora nuovi particolari, il suo non era ancora un discorso concluso. Ma da allora ben raramente ha visto nella stanza dell’ospedale dove si trovava qualche inquirente e nessuno ha avuto voglia di tener viva la sua attenzione e la sua motivazione anche in vista delle deposizioni in aula nel 2001, un impegno enorme per lui anziano e semiparalizzato. Questo lungo distacco, percepito quasi come una indifferenza degli inquirenti, dopo tanti anni in cui invece io lo avevo sentito con regolarità, certo ha contribuito molto alle sue difficoltà in aula, sotto il fuoco di fila delle domande dei difensori. Invece c’era ancora molto da fare. Nessuno è andato a cercare Giampietro Mariga (militante del gruppo mestrino, indicato da Digilio come l’autista della vettura che portava nel bagagliaio le bombe del 12 dicembre 1969) e individuato dai carabinieri in Francia con la nuova identità assunta dopo aver lasciato la Legione straniera. Questo possibile uomo chiave di quegli eventi si è ucciso a casa sua poco prima del processo di primo grado. Sembra soffrisse di una forte depressione: forse portava dentro di sé qualcosa. E avrebbe potuto raccontarla. Nessuno è nemmeno andato a cercare Salvatore Ippolito, l’agente Andrea infiltrato dal ministero dell’Interno nel gruppo di Pietro Valpreda qualche mese prima delle bombe del 12 dicembre, e Ippolito abitava e abita ancora più vicino, dopo essersi dimesso dalla polizia: vive a Genova e fa l’assicuratore. Anche lui, non più alle dipendenze di qualcuno, avrebbe potuto fornire delle spiegazioni. Nessuno soprattutto, quando il tempo per la mia indagine era ormai scaduto, si è soffermato a effettuare certi riscontri, come l’individuazione del furto presso una cava del vicentino grazie al quale, secondo il racconto di Siciliano e anche di un altro giovane presente, Piercarlo Montagner, il gruppo si era approvvigionato della sua prima dotazione di esplosivi. Individuare l’episodio e sapere con precisione di quale esplosivo si trattasse avrebbe fornito informazioni utilissime per verificare l’attendibilità complessiva di quanto raccolto, perché in un’accusa di strage nulla è più importante dell’esplosivo. Tale verifica, con esiti molto interessanti, è stata avviata invece solo dalla procura di Brescia alla fine del 2004, ma ormai il processo di piazza Fontana si era concluso. Sempre sullo stesso tema, l’accusa non si è premurata di affidare a un perito uno studio comparativo tra gli esplosivi descritti negli interrogatori di Digilio e di Siciliano e le conclusioni delle confuse e artigianali perizie svolte nel 1969 subito dopo la strage. Così, in questo vuoto, la difesa ha avuto buon gioco, e non so darle torto, a nominare (essa sola) un suo consulente le cui conclusioni hanno pesato molto nell’orientare la sentenza d’appello verso l’assoluzione. Leggendo la sentenza d’appello (in mancanza di altro aveva fatto proprie queste conclusioni di parte) mi sono accorto, spulciando qualche manuale e consultando alcuni esperti, come tali conclusioni siano molto discutibili. In realtà, studiando bene la composizione di tutti gli esplosivi in quel periodo sul mercato, e non solo di alcuni di essi, vi era la compatibilità, negata nella sentenza, tra il racconto dei collaboratori su certi tipi di esplosivo da cava che avevano avuto in mano e le incerte tracce di esplosivo raccolte nella banca. Anche la parte civile e la procura generale se ne accorsero e portarono questi dati in Cassazione, ma ormai era tardi. Non era più quella la sede per discutere del merito dei fatti e introdurre nuovi argomenti. Il disinteresse sin dall’inizio dell’accusa nel nominare suoi periti ha quindi contribuito, non poco, all’esito del processo, e questo lascia l’amaro in bocca visto che gli uffici inquirenti portano in aula fior di specialisti spesso per processi assai meno importanti. Infine, e mi è sembrata la circostanza più inspiegabile, non sono state portate in aula nemmeno tutte le relazioni mediche che, dopo visite collegiali e accurate, testimoniavano la piena capacità di Digilio di raccontare spontaneamente e lucidamente i fatti anche dopo l’ictus del 1995. La Corte d’assise d’appello, senza nemmeno disporre delle registrazioni di tutti gli interrogatori sostenuti da Digilio con me negli anni 1995-1997, è giunta infatti alla conclusione, ancora una volta offerta solo dalla difesa, che la voce stanca e rallentata del testimone era quella di un uomo non più in grado di rievocare il passato, ma al massimo di ripetere quanto sentito dai carabinieri o da qualcun altro. L’assoluzione si è basata molto anche su questa sensazione; la Corte si è accontentata di una mera impressione su un uomo mai visto prima. Mi chiedo allora perché la procura milanese non abbia portato in aula la perizia fatta fare un paio di anni prima, nominando un collegio di eminenti docenti, dalla procura di Brescia, avendo anch’essa Digilio come indagato. Gli esperti avevano ascoltato tutte quelle stesse cassette registrate e avevano parlato a lungo con Digilio. Quella perizia giungeva a conclusioni del tutto opposte rispetto alle impressioni della Corte, spiegando in termini scientifici e neutrali come Digilio fosse perfettamente in grado di ricordare e di esporre autonomamente il suo pensiero. «Coscienza lucida, conservazione della memoria, efficienza critica» c’era scritto, lo ricordo ancora, nella perizia dei tre medici. I colleghi di Brescia avevano inviato quella importante perizia a Milano, dove però è finita in un cassetto dell’accusa e non nel fascicolo della Corte d’assise. No, c’era veramente molto da fare o almeno si poteva non dimenticarsi di quanto era già stato fatto.

D : adesso con tutti gli imputati usciti di scena cosa resta della sua inchiesta?

R :B bisogna rifiutare il luogo comune di stampo qualunquista e un po’ alla Indro Montanelli secondo cui la storia d’Italia sarebbe solo una storia di misteri insoluti e le indagini condotte non sarebbero servite a nulla. Invece gli anni Novanta, che avrebbero potuto essere gli anni dell’oblio per tanti episodi, sono stati gli anni della memoria e della ricostruzione di tanti episodi di cui non si può far finta di non sapere nulla. Alcune indagini, e mi riferisco non solo a quelle su piazza Fontana ma anche a quelle su Portella della Ginestra, sull’assassinio di Enrico Mattei, sul golpe Borghese, su Gladio, sulla strage di Brescia e altre meno conosciute come quella sull’attentato alla stazione di Gioia Tauro, hanno fatto irrompere la storia nel presente, hanno fatto luce, anche al di là delle responsabilità dei singoli, su periodi oscuri della storia contemporanea ricostruendo un filo di operazioni segrete e di depistaggi che ha accompagnato la storia d’Italia sin dal primissimo dopoguerra. E la verità non è mai inutile sino a quando sono vivi i parenti delle vittime e sino a quando almeno una parte della società rifiuta di dimenticare.

D : un’ultima domanda. Un’indagine di questo genere, durata anni, si sovrappone anche alla vita personale di chi la conduce. Quale impronta le ha lasciato?

R : facendo le indagini su piazza Fontana non mi aspettavo promozioni e ricompense ma nemmeno di essere «perseguitato legalmente», per usare un eufemismo, dall’organo di governo della magistratura per ben sette anni. È stata una vicenda incredibile, di cui tutti sanno ma di cui in pubblico si preferisce tacere perché non fa onore alla storia della magistratura italiana. Per quanto riguarda la mia vita personale, io sono sempre stato laico anche nei confronti del mondo della magistratura cui appartengo (certo non un mondo perfetto, ma fatto di uomini con le loro gelosie e con i loro rapporti di forza) e laico nei confronti della società. Sono rimasto tale come cittadino, ma ogni esperienza, buona o cattiva, porta oltre, così ho dovuto cercare dentro di me la forza morale per «avere pazienza». Soprattutto per allontanare le emozioni negative come il rancore.

L’Osservatorio :Luciano Lanza, autore del libro “Bombe e segreti”, riprende, su “Micromega”, l’intervista al giudice Guido Salvini, aggiornandola con altre domande.

D: in qui l’intervista che le ho fatto nel 2005, da allora a oggi, 2009, è successo qualcosa di nuovo?


R: si ricorda di Gianni Casalini? Ne abbiamo già parlato, era un frequentatore della libreria Ezzelino di Freda, un tipo depresso e introverso amante più dei libri che delle azioni operative, uno che forse il gruppo aveva coinvolto solo quando c’era penuria di uomini per agire.
Aveva comunque saputo, visto e forse fatto qualcosa, e negli anni Settanta si era messo in contatto con il sid di Padova: voleva «scaricarsi la coscienza». Il maggiore Giuseppe Bottallo, capo del sid di Padova, una persona corretta, aveva coltivato questa fonte preziosa chiamata in codice Turco, i suoi uomini ne avevano raccolto le informazioni e avevano cercato di farle arrivare a Milano, dove allora erano in corso le indagini. Ma il generale Maletti, lo abbiamo letto in un suo appunto manoscritto che abbiamo trovato, aveva ingiunto di chiudere la fonte, prima che parlasse per esempio degli attentati ai treni, e aveva fatto distruggere le relazioni impedendo così che arrivassero all’autorità giudiziaria di Milano mentre era in corso il processo Freda-Ventura. Questa è storia di ieri e l’abbiamo scritta nelle ordinanze.
Quando nel 1992 lo identificai come la misteriosa fonte Turco di Padova, Casalini ci disse già qualcosa, ma aveva ancora paura dei suoi ex-camerati. Si era limitato a confermare che il sid di Padova lo aveva incaricato di un tentativo fallito di agganciare Pozzan in Spagna, proprio quel Pozzan che, ironia della storia, il generale Maletti e il sid di Roma avevano fatto fuggire.
Poi, nel dibattimento per piazza Fontana, in aula, nel 2000 Casalini aveva già fatto un timido accenno alla sua partecipazione agli attentati ai treni, ma quel suo racconto embrionale era rimasto lì e nessuno si era premurato di risentirlo.
Ed ecco che nel settembre 2008 Casalini mi scrive una lettera, è meno angosciato, ha meno paura, e mi comunica che vuole raccontare qualcosa e meglio. Mi anticipa il suo racconto e dopo più di due mesi, in questi casi non c’è mai troppa fretta, un sostituto procuratore di Milano lo sente.
Facciamo attenzione a un particolare.
Nessuno in tutti questi anni, nemmeno Digilio, aveva mai ammesso di aver preso parte personalmente a qualcuno dei ventidue attentati che dall’aprile al dicembre 1969 avevano segnato il cammino in crescendo della campagna terroristica. Invece Casalini racconta in dettaglio non quello che ha sentito ma quello che ha fatto lui. Racconta di aver personalmente messo le due bombe sui treni alla stazione Centrale di Milano la notte dell’8 agosto 1969 e racconta ogni particolare, compreso il numero del binario su cui si trovava uno dei treni, la carta da regalo in cui erano avvolti gli ordigni per mascherarli e, particolare curioso, il fatto che presi dalla fretta e dalla paura di essere individuati, per tornare a Padova erano saliti su uno dei due convogli in cui, in un altro scompartimento, avevano collocato un ordigno poi esploso proprio vicino a loro nel viaggio di ritorno.
La circostanza più importante, però, è questa: Casalini racconta anche chi lo ha reclutato alla Ezzelino per l’operazione, un giovane che chiameremo il «figlio della gerarca», vicinissimo a Freda, un elemento operativo del gruppo che aveva fiutato il pericolo e, a indagini iniziate, aveva lasciato Padova, raggiunto la Spagna e si era trasferito poi in un altro continente. Questo giovane non è uno sconosciuto, il suo nome compare nelle telefonate con Freda dell’aprile 1969 in cui lui aveva dato la disponibilità della accogliente casa della madre (una esponente della corrente più oltranzista del msi) per ospitare i partecipanti alla riunione della notte del 18 aprile in cui fu deciso di dare impulso operativo alla campagna di attentati.
Per di più, da un documento che abbiamo trovato nel 1995 e che è già nei miei atti, risulta che costui era, guarda caso, amico di Delfo Zorzi, e vari testimoni qua e là nelle indagini ne avevano parlato come uno dei «duri» della cellula di Padova.
Ora, ricordiamo che proprio nell’ultimo processo milanese si è confermato in modo definitivo che tutti i ventidue attentati del 1969, da quelli di aprile alla Fiera campionaria e all’ufficio cambi della stazione Centrale di Milano sino alla strage del 12 dicembre, erano frutto di un progetto unico condotto dalle stesse persone, quello che in termini giuridici si chiama un «unico disegno criminoso».
Se questo militante, che non era una persona raccolta all’ultimo momento come Casalini, ma un organizzatore e un reclutatore per gli attentati ai treni che hanno preceduto solo di quattro mesi la strage, è stato l’ospite della riunione decisiva del 18 aprile, come si può non pensare, in via di ipotesi di lavoro, che non abbia avuto un ruolo anche nel 12 dicembre?
La campagna era la stessa e non risulta che si sia tirato indietro. Certo si sono aperte indagini nei confronti di persone per molto meno. Oltretutto il giovane, ora meno giovane, è vivo e vegeto, non è mai stato giudicato e gestisce ancora dall’estero i suoi interessi economici in Italia. Quindi non è un fantasma che è inutile cercare e di cui è inutile occuparsi.

D: mi scusi giudice Salvini, ma il ritratto che sta facendo di «questo giovane» legatissimo a Freda, figlio di una esponente dell’ala dura del Movimento sociale di Padova, amico di Zorzi, non imporrebbe di indagare? Sbaglio?

Giulio Andreotti


R : si, perdipiù Casalini non ha parlato solo di lui ma degli attentati di aprile a Milano alla Fiera campionaria e all’Ufficio cambi e ha dato nuovi elementi sul ruolo di Giannettini che andava freneticamente a Padova nei giorni precedenti la strage di Milano.

Giannettini è morto, ma sapere qualcosa di più su ciò che ha fatto non è un optional. Giannettini era il SID e quindi lo Stato, proprio a causa della sua presenza la strage viene chiamata «strage di Stato», il SID lo ha fatto fuggire e il presidente del Consiglio, non si è mai compreso se Mariano Rumor o Giulio Andreotti (era un momento di passaggio di consegne) avesse cercato di coprire il suo ruolo di elemento di collegamento tra il SID e, quindi il ministero della Difesa e Ordine Nuovo opponendo il segreto di Stato. Proprio quel segreto di Stato di cui si è parlato ancora di recente nel caso Abu Omar. (…)

D: d’accordo, ma adesso cosa si può fare? E poi non è un mistero che l’opinione della procura di Milano è che non ci sia più ragione di occuparsi di piazza Fontana, nemmeno nei ritagli di tempo…


R :il motivo ci sarebbe… perché tutto questo (solo una parte di quello che potrebbe muoversi oggi) Casalini lo ha confermato per filo e per segno anche in aula a Brescia nel luglio 2009, durante un’udienza nel processo per la strage di piazza della Loggia, un’indagine che la procura di Brescia, a differenza di altre, lo sottolineo, ha seguito con tenacia e su cui continua a lavorare. Ma non è accaduto nulla.
Ci sono state anche richieste delle parti civili di piazza Fontana per riprendere, nel quarantennale che si avvicina, le indagini, ma tutto è rimasto fermo. A Milano nessuno ha più sentito Casalini, né coltivato i vari spunti investigativi, e non solo quelli che ho ricordato. È singolare poi che il fascicolo che contiene il racconto di Casalini, l’unico cha ha avuto il coraggio di riconoscere le proprie responsabilità, sia stato aperto e subito chiuso a modello 45. Per i profani del diritto spiego cosa vuol dire modello 45. In quei fascicoli si mettono gli atti che si ritiene non costituiscano notizia di reato, compresi gli esposti dei matti, con la comodità per il pubblico ministero di chiudere il fascicolo (come difatti è avvenuto) con una archiviazione interna. In questo modo non bisogna trasmettere il fascicolo a un gip, cioè a un giudice terzo che potrebbe anche ritenere necessario qualche approfondimento o qualche indagine.

 

D: insomma, nel 2009 piazza Fontana è arrivata al punto finale, è stata declassata a fatto che non costituisce reato…

R : io continuo a chiedermi, e non sono l’unico, perché per indagini vecchie e nuove, dall’omicidio Calabresi alle Brigate rosse, ad Abu Omar, per non parlare di mafia e corruzione, si siano spese a Milano le forze e l’impegno migliori, si sia lavorato con intelligenza, e perché piazza Fontana sia invece rimasta nell’armadio delle scope.

Social:
error

Leave a Reply