12 Dicembre 1969 ( 1a parte )


L’Osservatorio: L’anno scorso, nel cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, la strage di Stato, molti, noi compresi, hanno ricordato quel nero capitolo della nostra storia. Ma, per chi non si rassegna a constatare l’impunità dei colpevoli e i troppi segreti ancora da svelare, tutti gli anni è un dovere diffondere il massimo delle informazioni e dei dettagli disponibili. Prendendo lo spunto da un articolo del Corriere della sera del 16ottobre scorso, proviamo a dare un contributo, nella speranza che sia da stimolo per ulteriori riflessioni.

Riteniamo sia corretto iniziare con il resoconto dei procedimenti giudiziari.

Il processo iniziò a Roma il 23 febbraio 1972; dopo essere stato trasferito a Milano per incompetenza territoriale, fu spostato a Catanzaro per motivi di ordine pubblico e legittimo sospetto.

La Corte d’assise condannò all’ergastolo, il 23 febbraio 1979, Freda, Ventura e Giannettini, ritenuti gli organizzatori della strage. Gli altri imputati, Valpreda e Merlino, furono assolti per insufficienza di prove, ma condannati a 4 anni e 6 mesi per associazione a delinquere.

22 maggio 1980. A Catanzaro comincia il processo d’Appello.

Il 20 marzo 1981, alla fine del processo d’Appello di Catanzaro, tutte le condanne principali si trasformano in altrettante assoluzioni. Assolti dal reato di strage per insufficienza di prove Freda e Ventura, assolto Giannettini e ancora Valpreda, già assolto in primo grado. Freda e Ventura sono comunque condannati a quindici anni per associazione sovversiva e per tutti gli attentati preparatori: quello del 15 aprile 1969 al rettorato di Padova, quelli del 25 aprile a Milano e quelli sui treni dell’agosto successivo. Condannati anche il generale Maletti e il capitano Labruna, i depistatori del Sid, seppur con pene ridotte, rispettivamente a due anni e a un anno e due mesi di reclusione e per il solo episodio dell’esfiltrazione di Giannettini. Confermate le condanne per Valpreda e Merlino.

Il 19 giugno 1982 la Cassazione annulla la sentenza d’Appello e affida un secondo Appello a Bari, ma esclude dal nuovo processo Guido Giannettini, assolto in via definitiva. Il nuovo dibattimento cominciò il 13 dicembre 1984 presso la Corte d’appello di Bari.

La Corte d’assise del capoluogo pugliese assolverà, il 1° agosto 1985, dal reato di strage Freda, Ventura e Valpreda per insufficienza di prove, fisserà la pena in un anno per il generale Maletti e in dieci mesi per Labruna, per aver depistato le indagini. Confermerà anche le condanne a quindici anni di reclusione nei confronti dei due ordinovisti per associazione sovversiva e per tutti gli altri attentati, ben diciassette, che hanno preceduto piazza Fontana.

Il verdetto finale della Corte di cassazione è del 27 gennaio 1987. Presiede la sezione il discusso giudice Corrado Carnevale, che respinge tutti i ricorsi, confermando quindi la sentenza della Corte d’appello di Bari: Freda e Ventura, e con loro Valpreda, escono definitivamente di scena.

Il 26 ottobre 1987 inizia un nuovo dibattimento, che nasce dalle indagini del giudice istruttore di Catanzaro Emilio Ledonne. Gli imputati, questa volta, sono i neofascisti Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini, accusati di essere rispettivamente l’organizzatore e l’esecutore della strage:

il 20 febbraio 1989 entrambi gli imputati furono assolti per non aver commesso il fatto.

Saranno assolti in via definitiva il 5 luglio 1991.

L’8 giugno 1999 viene disposto il processo per Zorzi, Maggi e altri neofascisti.

Il nuovo processo cominciò il 24 febbraio 2000 a Milano.

Carlo Maria Maggi

                                                                                                                                                                     Gli imputati sono Delfo Zorzi, Carlo Digilio, Carlo Maria Maggi, reggente di Ordine nuovo nel Triveneto, Giancarlo Rognoni, capo del gruppo La Fenice, articolazione milanese di Ordine nuovo, Roberto Tringali, accusato di favoreggiamento degli autori della strage.

Delfo Zorzi

                                                                                                                                                                         Il 30 giugno 2001 il presidente Luigi Martino legge la sentenza di primo grado.        Per Zorzi, come autore della strage, Maggi, come organizzatore, e Rognoni, come basista, la condanna è all’ergastolo con l’accusa di concorso in strage. Carlo Digilio ottenne la prescrizione del reato per il prevalere delle attenuanti riconosciutegli per il suo contributo alle indagini, mentre Stefano Tringali fu condannato a tre anni per favoreggiamento). Gli altri con loro responsabili della strage, Freda e Ventura, non sono più condannabili in quanto già assolti per lo stesso reato.

Il 12 marzo 2004 furono cancellati i tre ergastoli (e ridotta la condanna di Tringali da tre anni a uno) e il 3 maggio 2005 la Cassazione ha confermato la sentenza (dichiarando prescritto il reato di Tringali).

Al termine del processo, nel maggio 2005, ai parenti delle vittime sono state addebitate le spese processuali. La Cassazione, assolvendo i tre imputati, ha tuttavia affermato che la strage di piazza Fontana fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo, capitanata da Franco Freda e Giovanni Venturanon più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987. Sebbene gli ordinovisti indicati siano quindi considerati gli ispiratori ideologici, non è mai stato mai individuato a livello giudiziario l’esecutore materiale, ossia l’uomo che pose personalmente la valigia con la bomba.

Nel settembre del 2009 l’avvocato difensore dei parenti delle vittime di piazza Fontana, Federico Sinicato, aveva inoltrato al sostituto procuratore di Milano Massimo Meroni una lunga e dettagliata memoria. Il documento – in parte dedicato proprio alla figura di Casalini – chiedeva che venissero aperte nuove indagini sulla strage della Banca nazionale dell’agricoltura. Uno dei nomi più citati era finalmente quello di Ivano Toniolo.

Ivano Toniolo in Angola

“Ivano Toniolo […] era già stato indicato […] come uno degli autori della serie di attentati ai treni dell’agosto 1969. […] Ma ciò non può certamente costituire, in assenza di qualunque altra informazione, una prova della partecipazione di Toniolo alla strage del 12 dicembre 1969.”  Richiesta di archiviazione presentata dal procuratore aggiunto Armando Spataro e dalla sostituta Grazia Pradella il 24 aprile 2012 nell’ultimo fascicolo di indagini su piazza Fontana. Il 30 settembre 2013 il gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo decreta l’archiviazione del fascicolo d’indagine.                             

L’Osservatorio : di seguito, il già citato articolo di Maurizio Caprara, pubblicato sul Corriere della sera

Piazza Fontana, l’ombra della Cia. L’indagine riservata di Taviani

Alcuni stralci desecretati dell’audizione dell’ex ministro dell’Interno in Commissione Stragi nel 1997: agenti americani immischiati nella preparazione dell’attentato. Contro l’anarchico Pietro Valpreda possibile depistaggio preparato in anticipo

Quattro righe battute a macchina in un resoconto stenografico di 122 cartelle. Poche parole coerenti con altre pronunciate in oltre tre ore di seduta: Che agenti della Cia si siano immischiati nella preparazione degli eventi di piazza Fontana e successivi è possibile, anzi sembra ormai certo; erano di principio antiaperturisti e anti-centrosinistra. Che agenti della Cia fossero fornitori di materiali e fra i depistatori sembra pure certo.

A esprimersi così sulla Central Intelligence Agency americana fu uno degli italiani che più avevano conosciuto, dall’interno dello Stato, la storia palese e parti di quella riservata della cosiddetta «Prima Repubblica». Era il 1° luglio 1997. Il senatore Paolo Emilio Taviani, in una fase segreta dei lavori, lo disse di fronte a un organismo dal nome lungo eppure più che appropriato per la sua audizione: «Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi». Taviani accennò anche all’eventuale coinvolgimento nell’attentato di “un colonnello dell’Arma dei carabinieri” o di un “ ipotetico ufficiale del Sid” . Chi scrive ha trovato queste affermazioni nell’Archivio storico del Senato. Rientrano tra gli atti che, per volontà delle attuali presidenze delle Camere, adesso, non sono più coperti da omissis.

La strage di piazza Fontana, a Milano, fu compiuta il 12 dicembre 1969. Venne causata da una bomba nella Banca nazionale dell’Agricoltura che uccise 17 persone e ne ferì 98. Già segretario della Democrazia cristiana, ministro della Difesa (tra 1953 e 1958), dell’Interno (tra 1962 e 1968 e tra 1973 e 1974) e nel 1969 del Mezzogiorno, Taviani aveva titolo per aiutare a chiarire perché su piazza Fontana risultò tortuoso individuare le responsabilità dei fascisti, riconosciute nel 1979 dalla prima sentenza del processo di Catanzaro (negate in un appello reso definitivo e riemerse nel 2005 in Cassazione sulla base di un processo milanese).

Dopo aver dissentito nel 1973 dalla «teoria degli opposti estremismi», perché non giudicava equivalenti i pericoli degli estremismi rosso e nero, dopo aver sciolto nel 1974 l’«Ufficio affari riservati» del Viminale, l’ex comandante partigiano genovese non ricoprì più delicate cariche di governo. Nell’audizione del 1997 avanzò un’ipotesi su piazza Fontana: che i depistaggi, in base ai quali quella strage sarebbe stata a lungo attribuita agli anarchici e a Pietro Valpreda, fossero stati organizzati prima, non dopo lo scoppio della bomba. Taviani sostenne, come altri, che quell’esplosione uccise persone per effetto di un errore: chi piazzò la carica credeva che quel pomeriggio la banca dovesse restare chiusa.

“ Il problema è se il cappello di Valpreda ed altre cose erano state predisposte da qualcuno o se invece erano puramente casuali, quindi non un depistaggio posteriore, ma addirittura un depistaggio anteriore all’operazione”, sottolineò il senatore riferendosi a particolari delle indagini. Taviani escluse che qualcuno dello Stato avesse partecipato all’attentato se avesse compreso che la banca sarebbe stata aperta: «Se si ignora questo tassello è impossibile attribuirne la responsabilità e la colpevolezza (che in ogni caso [segue una parola incomprensibile annotata a mano, ndr]) a personaggi seri». Le annotazioni a penna sono del senatore e successive alla stesura del resoconto. Taviani cancellò sei parole dopo «personaggi seri»: «… come io ritengo siano i responsabili». Continuava l’ex ministro: “ Non è infatti possibile pensare che un colonnello dell’Arma dei carabinieri, persona seria e intelligente, pensi di ammazzare tredici italiani. Evidentemente la bomba doveva scoppiare come le bombe di Roma”.

Di 13 morti fu il primo conteggio delle vittime in piazza Fontana. A Roma, nello stesso 12 dicembre, ordigni esplosero in via Veneto, in piazza Venezia, al Museo del Risorgimento e ferirono 16 persone senza uccidere nessuno. Come se il tutto avesse dovuto costituire un fragoroso avvertimento. Con nota a margine, firmata, nella sua revisione al resoconto, il senatore sostituì «colonnello dell’Arma dei carabinieri» con «ipotetico ufficiale del Sid». Il Sid, Servizio informazioni difesa, era il servizio segreto italiano militare. «Il problema pertanto è se c’è stato un depistaggio anche precedente. Non ero al governo, ma ho fatto delle indagini a mio modo», sottolineò Taviani valutando ulteriori ipotesi.

L’ex ministro citò la Cia su piazza Fontana durante una descrizione di servizi segreti stranieri. Ne evidenziò differenze rispetto ad apparati di Israele e Urss: “ Ben diverso il discorso per il Mossad, un servizio perfettamente organizzato. Però il Mossad, a quando risulta a me, ha compiuto sempre azioni mirate. Non credo che sia stato presente a piazza Fontana, né nelle stragi ai treni (…). Gli agenti del Kgb brillavano per intelligenza e per cultura. Conoscevano alla perfezione la lingua e la cultura italiana. Senza apparire, tenevano sempre sotto tiro il Partito comunista. Avevano un solo scopo: impedire che esso diventasse un partito di governo “.

Taviani guardava alla sostanza al di là degli stereotipi. Riteneva estraneo il Movimento sociale di Giorgio Almirante da stragi compiute da gruppi di destra. Allo stesso tempo nell’esaminare due inquietanti fenomeni di allora distingueva: «C’era anche il pericolo, ed era forte, delle Brigate rosse, delle quali io stesso ero oggetto di attentati. Tuttavia, il pericolo di una dittatura e di una involuzione autoritaria era solo quello di destra». Più precisamente: “ Io non ho mai detto che quello sia stato l’unico pericolo di eversione. Ma l’unico pericolo di poter arrivare a una scelta dittatoriale. Cioè l’unico pericolo di arrivare ad un golpe». Pur senza sottovalutarle, sulle ripercussioni delle azioni delle Br osservò: «Non si sarebbe certo sgretolato lo Stato”.

Secondo Taviani “se si fosse detto subito, come era mia intenzione, che la strage di Milano era di destra», si sarebbe lasciato meno spazio a capacità del terrorismo rosso di attrarre giovani. Una convinzione ripetuta: «Se si fosse detto che quella strage era di destra, probabilmente non si arrivava né alle stragi dei treni, ma soprattutto non si arrivava all’uccisione di Moro”. Una convinzione pesantemente amara.

L’Osservatorio: continuiamo con altri scritti, in ordine cronologico, che pongono al centro dell’attenzione l’interessante contributo di Paolo Emilio Taviani

“ALLORA DOVEVAMO TACERE OMISSIS ANCHE SU GLADIO” 

stemma associato all’organizzazione Gladio

Ieri la commissione stragi ha ascoltato sul caso Gladio due Paolo Emilio Taviani. Il primo, la mattina, ha mostrato una memoria prodigiosa, e soprattutto ha messo in relazione l’esercito clandestino e il tentativo di golpe del generale De Lorenzo. Il secondo, nel pomeriggio, ha modificato il punto cruciale del suo racconto. Una ritrattazione convulsa, un groviglio di date, di nomi, di circostanze. Alla fine, nemmeno ai deputati e ai senatori della commissione era chiara l’ultima versione. Le interpretazioni divergevano soprattutto su un punto: il Taviani numero 2 pur modificando date e circostanze intendeva comunque mantenere ferma la relazione tra l’esercito di patrioti e il tentativo di golpe o voleva invece negarla del tutto? La questione è cruciale. Se davvero, come pareva dopo la prima versione, la commissione parlamentare d’ inchiesta sul piano Solo s’imbatté in Gladio, tutti i dubbi sull’ utilizzo interno e indebito dell’esercito dei patrioti troverebbero conferma. Il punto di collegamento tra le due vicende è, nel racconto del Taviani 1, la questione degli omissis, cioè di quelle parti delle inchieste amministrative sul piano Solo (condotte tra il 1967 e il 1968) che non giunsero alla commissione parlamentare d’ inchiesta. Al giudice Casson e, ieri mattina alla commissione stragi, il senatore Dc ha detto che alcuni di quegli omissis sul piano Solo si riferivano a Gladio. Uno dei commissari, il federalista europeo Roberto Cicciomessere, ha chiesto conferma. E il Taviani 1 ha risposto così: “Confermo quanto ho detto al giudice. Allora ero ministro del Mezzogiorno. Ma fui chiamato dal presidente del Consiglio, Moro, che m’ interpellò sull’ opportunità o meno di mettere gli omissis su una questione di cui io non ero informato…. “ Dopo una interruzione il vicepresidente della commissione, il dc Pier Ferdinando Casini, ripropone la domanda. E Taviani continua così: “ Ripeto, Moro mi consultò sull’ opportunità o meno degli omissis. Mi disse che aveva intenzione di ridurli. Per quanto riguarda Gladio, che Moro però chiamava Sid parallelo, la mia risposta fu nettissima. Ero decisamente contrario a darne notizia ed ero decisamente favorevole agli omissis “. “ Non capisco” è intervenuto Cicciomessere “ trattandosi del golpe De Lorenzo, cosa c’ entra Gladio?” “Non so qual era la connessione”  è stata la risposta  “probabilmente negli scritti di De Lorenzo si sarà parlato di Gladio….” Un racconto preciso e congruente. In effetti nel periodo in cui si pose il problema degli omissis (l’inizio del ‘ 68) Taviani era ministro per il Mezzogiorno. E ieri ha collocato nello stesso periodo l’intervento di un giovane sottosegretario, Francesco Cossiga, che era stato incaricato di seguire le inchieste. L’esponente dc ha ricordato questa circostanza (che è un fatto storicamente acquisito) dopo che un suo compagno di partito, il senatore Giuseppe Zamberletti, gli ha posto questa domanda: “ c’è il direttore di un noto quotidiano (La Repubblica, ndr) che fa carico al presidente della Repubblica, allora sottosegretario, di aver posto gli omissis. Può farlo un sottosegretario? Quindi Zamberletti ha precisato ulteriormente la domanda chiedendo se gli omissis fossero stati posti dal presidente del Consiglio, Aldo Moro. Ecco la risposta di Taviani: È ovvio, semmai Cossiga fece l’operazione di ridurli. Sembrava tutto chiaro. Tanto più che Taviani aveva riferito, con altrettanta precisione, tante altre circostanze. Anche minime. Come la storia, riferitagli da persona assolutamente attendibile, dei gladiatori che, in aereo, sono diretti alla base degli addestramenti. Uno di loro intona Faccetta nera e gli altri coprono la sua voce con Bella Ciao. È in questo grazioso aneddoto che, secondo Taviani, si vede la reale natura di Gladio: una organizzazione formata da ex partigiani, non solo bianchi ma anche di altri partiti, e persino qualche garibaldino. Ci sono, è vero, delle stranezze, come quella segnalata dal comunista Francesco Macis: tra i pochi fascicoli su gladiatori inviati al giudice Casson ce n’è uno intestato a un tale Enzo Dantini, definito nazimaoista. C’è poi il fatto della mancata ratifica da parte del Parlamento della nascita dell’organizzazione (venne ricompresa nel trattato della Nato benché nascesse da un patto tra Cia e Sifar), e c’è il problema del numero dei gladiatori. Non c’è, in effetti, nemmeno un pezzo della versione ufficiale che non abbia trovato totali o parziali smentite. Ma su questi aspetti Taviani non ha mostrato segni di cedimento, ha parlato da testimone di una Gladio nata quando l’ala dura del Pci faceva paura e l’ombra sinistra della Russia sfiorava la soglia di Gorizia. Quanto alle stragi, un suggerimento: forse riuscendo a capire il perché delle condanne in primo grado e delle sistematiche assoluzioni in appello si troverà una risposta. Di pomeriggio la svolta in un clima, in effetti, più teso: in apertura di seduta Macis ha criticato duramente le interferenze di Cossiga sui lavori della commissione. Poi si è tornati al piano Solo e all’ operazione Gladio. Fui io, ha detto Taviani, a dire a Moro che di alcune cose non si doveva parlare e, tra queste cose, ci misi anche la struttura Gladio. Sembrava lo scrupolo d’un politico che non vuole attribuire responsabilità a chi non può più parlare. Ma Taviani ha spostato l’incontro dal ‘ 68 al ‘ 75, ha detto che non si parlò del caso Solo.

Alla fine, ha ridotto la sua versione della mattina a un dialogo vago sul problema di tenere o meno riservata la struttura. E a chi, dopo l’audizione, gli chiedeva di chiarire il suo pensiero autentico ha risposto: Guardate i verbali.

Chiusa l’inchiesta sull’eversione nera
a cavallo degli anni Sessanta e Settanta

Strage di Piazza Fontana
spunta un agente Usa
Nella sentenza-ordinanza del giudice Salvini ricostruita la “Strategia della tensione”

Guido Salvini

ROMA – Era considerata la fantasia più folle dei dietrologi. C’era chi ci rideva sopra, negli anni ’70: sembrava impossibile che il servizio segreto di un paese alleato, potesse essere dietro le stragi. Da qualche giorno, quell’ipotesi è contenuta in un atto giudiziario: David Carret, ufficiale della U.S. Navy, uomo della Cia in Italia, è sotto inchiesta a Milano per spionaggio politico militare, concorso nella strage di piazza Fontana (Milano, dicembre 1969) e in altri attentati avvenuti in quegli anni.
È stato il giudice istruttore Guido Salvini a decidere di inviare i documenti relativi a Carret alla collega Grazia Pradella, titolare dell’inchiesta sulla strage di Milano. L’ha fatto a conclusione della sua inchiesta sull’ eversione nera. Un lavoro monumentale, cominciato nel luglio del 1988, che ha prodotto 92 faldoni, 60.000 pagine di documenti e si è sviluppato in 463 interrogatori.
In questi dieci anni, il giudice Salvini ha riscritto alcune delle parti più oscure della nostra storia del dopoguerra. Non solo in chiave colpevolista: dagli accertamenti (e la loro organizzazione ieri l’ha sottolineato) emergono tra l’altro elementi a favore della tesi della “legittimità” della rete Gladio. Purtroppo, la prescrizione di molti reati non rende giustizia al lavoro svolto dal magistrato. Hanno resistito all’usura del tempo solo i reati più gravi, e lo spionaggio politico-militare è uno di questi. Salvini ha così rinviato a giudizio il responsabile italiano della rete informativa Nato-Usa, Sergio Minetto, e l’agente pentito Carlo Digilio. Con loro, sono chiamati a comparire dinanzi ai giudici anche due nomi storici dell’eversione nera: Yves Guerin Serac e Stefano Delle Chiaie.
Dal lavoro del giudice Salvini, dai riscontri incrociati a ciascuna dichiarazione dei pentiti, emerge che le organizzazioni eversive di quegli anni – La Fenice, Avanguardia nazionale, Ordine nuovo – non erano che le truppe di trincea d’un esercito occulto, teleguidato da esponenti degli apparati dello Stato e legato alla Cia.
In questo scenario, la strage di piazza Fontana diventa qualcosa di più di un attentato terroristico. Dice uno dei testimoni più autorevoli di questa storia, Vincenzo Vinciguerra: “La strage del dicembre ’69 doveva essere il detonatore che avrebbe consentito a determinate autorità politiche e militari la proclamazione dello Stato d’emergenza”. Il piano non riuscì: l’allora presidente del Consiglio Mariano Rumor, contrariamente a quanto i neofascisti e i loro alleati si attendevano, dopo la strage di piazza Fontana non proclamò lo “stato d’emergenza”, atto essenziale per l’instaurazione di un regime autoritario. E si decise di fargliela pagare. L’occasione fu offerta, il 17 maggio del 1973, da una sua visita alla questura di Milano. Gianfranco Bertoli (sedicente anarchico, ma legato ai Servizi e ai fascisti) lanciò una bomba tra la folla. Rumor non ebbe conseguenze, ma morirono quattro persone.
Ed ecco quanto ha raccontato il pentito Digilio a proposito dei giorni precedenti l’attentato alla questura: “…Il capitano Carret si mostrò preoccupatissimo, e disse che poteva finire male. Aggiunse che se fosse stata effettivamente colpita una così alta personalità dello Stato, le indagini sarebbero state molto approfondite con il rischio di mettere allo scoperto l’intera struttura e di venire a sapere tutto quello che era avvenuto, anche in passato, compresi gli attentati e il progetto di golpe degli anni 1969-1979”. Ma i Servizi americani non solo “sapevano”: agivano. Ancora Digilio sulla strage di piazza Fontana e il golpe: “In seguito il capitano Carret mi confermò che quello era stato il progetto ben visto anche dagli americani, e che era fallito per i tentennamenti di alcuni democristiani come Rumor”.
Archeologia giudiziaria? Una storia vecchia? Il dubbio viene. Anche leggendo – all’inizio della sentenza-ordinanza – i rilievi polemici del giudice Salvini sullo “scarsissimo” sostegno avuto in questi anni dal tribunale di Milano. Ma questo stesso dubbio cade quando si scopre che in tempi molto recenti (nel 1995) il fiduciario della Cia a Milano, Carlo Rocchi, è stato sorpreso mentre era impegnato a raccogliere notizie sull’inchiesta. Un’inchiesta che faceva, e fa ancora, paura. Al punto che gli eredi degli stragisti di ieri pensavano di far fuori il capitano del Ros Massimo Giraudo, uno dei principali collaboratori del giudice milanese.

“Mio padre doveva fermare quella bomba”

 …«Il giorno dell’attentato mi trovavo a Milano. Poco dopo telefonai ai miei genitori a Roma – racconta ad Avvenire Anna Maria Fusco Di Ravello –. Rispose mio padre, non dimenticherò mai la sua voce sconvolta: ‘non ho fatto in tempo a fermarli’. Quello è rimasto il cruccio della sua vita». L’avvocato Matteo Fusco Di Ravello era in realtà un importante agente del Sid, il servizio segreto dalle mille trame. Secondo la figlia, aveva ricevuto l’ordine di fermare la fazione eversiva degli 007. Una ricostruzione che trova conferma nelle parole del senatore a vita Paolo Emilio Taviani, morto nel 2001: «La sera del 12 dicembre 1969, il dottor Fusco defunto negli anni ’80, stava per partire da Fiumicino (in realtà da Ciampino, ndr) per Milano, era un agente di tutto rispetto del Sid. Doveva partire per Milano – disse Taviani – recando l’ordine di impedire attentati terroristici. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era tragicamente scoppiata e rientrò a Roma». Dunque, ai vertici dei Servizi c’era chi sapeva. Ma Fusco chi avrebbe dovuto bloccare? «Ciò che posso dire – risponde la figlia – è che mio padre certamente si riferiva ad agenti dei servizi deviati, i quali in quegli anni agivano, secondo quanto ho appreso da mio padre, insieme a neofascisti e, in alcuni frangenti, con esponenti della mafia». …

Genova, furto nella villa di Paolo Emilio Taviani. Rubati documenti e lettere

Nella casa che appartenne al senatore, più volte ministro e membro dell’assemblea costituente scomparso nel 2001 non manca nessun oggetto di valore. Secondo i carabinieri i ladri cercavano appunti e carte

ladri professionisti che hanno agito nel buio martedì scorso sono andati a colpo sicuro. Indisturbati. Hanno trafugato documenti, carteggi e lettere dallo studio della casa di campagna a Bavari, sulle alture di Genova, che appartenne a Paolo Emilio Taviani. Taviani, genovese, scomparso a quasi 89 anni nel giugno del 2001, è stato una figura di spicco della Prima Repubblica. Capo partigiano durante la guerra di Liberazione, esponente della sinistra della Democrazia Cristiana, di cui fu anche segretario politico. Membro dell’Assemblea Costituente, fu più volte ministro – dell’Interno in due riprese, dal 1962 al 1968 e nel 1973-74 – vicepresidente del consiglio e dal 1991 senatore a vita. Visse in prima persone tutte le vicende più delicate dell’Italia repubblicana, e fu in prima linea contro il terrorismo di ogni colore durante gli anni della strategia della tensione. Fu il teorico degli opposti estremismi e venne condannato a morte sia da Ordine Nuovo che dalle Brigate Rosse, oltreché dall’Oas, l’organizzazione che si opponeva alla indipendenza dell’Algeria. Sicuro nella fede antifascista, Taviani fu tuttavia fra i fondatori della Organizzazione segreta Gladio, costituita in funzione di risposta armata all’eventuale presa del potere dei comunisti in Italia. Come ministro della difesa, negli anni Cinquanta, venne in possesso di documenti che provavano i finanziamenti dell’Urss al partito comunista italiano, ma si rifiutò di renderli pubblici. “Evitai la guerra civile”, spiegò. Nel ’94 professò la propria avversione per Berlusconi presidente del consiglio, ma disse che, se fosse stato mandato al Viminale, non avrebbe votato contro Claudio Scajola, uno dei suoi pupilli nella Dc ligure. Che cosa cercavano i ladri nel minuscolo studio rimasto intatto dopo la morte di Taviani? Documenti, carte, appunti del senatore, ritengono i carabinieri del nucleo di San Martino che conducono le indagini. Nessun oggetto di valore, da una prima ricognizione, risulta mancante. La casa è di fatto abbandonata. Il figlio di Taviani, Giuseppe, che l’ha ricevuta in eredità, vive a Roma e si fa vivo di rado. Il custode non dorme all’interno e i ladri non sono stati disturbati durante il raid notturno. Con un piede di porco, hanno forzato una delle finestre che dà sul giardino, rompendo anche il davanzale di ardesia, e sono penetrati all’interno dell’abitazione, una casa contadina a due piani, nella quale Taviani si ritirava d’estate a studiare, mettere in ordine i pensieri, riposarsi. E a scrivere del personaggio più amato, Cristoforo Colombo, del quale Taviani fu uno dei massimi studiosi ed esperti a livello internazionale. Nella casa avìta, ricevuta dai genitori, riceveva anche importanti personaggi così come gli abitanti del paese. Nello studio, il senatore a vita riordinò le carte che gli permisero di scrivere le proprie memorie, condensate in un libro, dal titolo “Politica a memoria d’Uomo”, pubblicato postumo dal Mulino. Rivelazioni esplosive: i Carabinieri su ordine della magistratura bolognese sequestrarono il dattiloscritto ancor prima della pubblicazione. Nel capitolo finale del libro, intitolato “I Misteri d’Italia” l’ex titolare del Viminale svelò particolari sconosciuti. Già di fronte alla commissione stragi, Taviani aveva raccontato che la mattina del 12 dicembre 1969 un agente del Sid partì da Roma diretto a Milano con l’incarico di impedire attentati terroristici. Ma non giunse in tempo e la bomba collocata nel salone della Banca dell’Agricoltura fece una strage. Chi sapeva dunque dell’attentato in preparazione a piazza Fontana? Aggiunse di aver avuto quell’informazione da ambienti religiosi e disse anche che un ufficiale del Sid, De Gaudio, si spostò da Padova a Milano per depistare le indagini verso i “rossi”. L’attentato venne invece eseguito da due elementi di Ordine Nuovo, Franco Freda e Giovanni Ventura, che sfuggirono alla giustizia perché assolti prima che emergessero gli elementi di accusa a loro carico.

Taviani attribuì anche la strage di Piazza della Loggia a Brescia (1974) ai neofascisti di Ordine Nuovo, rivelazione peraltro da lui anticipata, in una intervista pubblicata pochi giorni dopo la sua morte dal Secolo XIX. In essa Taviani affermò testualmente: “Ci poteva essere il Sid (il servizio segreto, ndr) deviato, ma insomma era sempre Ordine Nuovo che manovrava”. Taviani aveva sciolto Ordine Nuovo un anno prima, nel 1973. Le risultanze della vicenda giudiziaria gli hanno infine dato ragione. Il 22 luglio 2015, a oltre quarant’anni dalla strage, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonti, militanti di Ordine Nuovo, sono stati condannati all’ergastolo dalla Corte d’appello che li ha riconosciuti colpevoli della strage bresciana che provocò 8 morti e decine di feriti.

Taviani e l’invasione sovietica: «Sarebbe arrivata in Calabria»

Secondo l’ex ministro, negli Anni ‘50 un attacco dell’Armata Rossa poteva giungere nell’estremo Sud. Lo dichiarò in seduta segreta davanti alla Commissione Stragi

Durante la guerra fredda, l’Italia è stata anche potenziale campo di battaglia di guerre autentiche, combattute a ferro e fuoco da eserciti. Erano in pochi, allora, a conoscere nei dettagli gli scenari che venivano esaminati all’interno dello Stato per definire le contromisure verso questo tipo di pericoli. Si tratta di rischi rievocati di rado, mentre intorno al nostro Paese si intensificano tensioni internazionali, come accade attualmente in Libia o in Medio Oriente. A ricordarci quel passato con particolari a lungo in ombra sono testi rimasti riservati per decenni: pagine di atti delle Commissioni parlamentari d’inchiesta che erano coperte da omissis. Per decisione delle presidenze delle Camere, adesso sono carte consultabili. Quanto segue deriva da ricerche tra i documenti «desecretati».

«Vorrei dire una cosa in seduta segreta», chiese il 5 dicembre 1990 Paolo Emilio Taviani, già comandante partigiano, componente della Costituente e nel 1951 sottosegretario agli Esteri. Senatore della Democrazia cristiana, veniva ascoltato in Parlamento nella sua qualità di ministro della Difesa, tra 1953 e 1958, e dell’Interno, tra 1962 e 1968 e tra 1973 e 1974. Taviani era stato uno degli artefici della parte italiana della rete anticomunista segreta Stay Behind, soltanto molto più tardi salita a notorietà con la denominazione Gladio.  Il presidente della Commissione di inchiesta sulle «cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi», Libero Gualtieri, accettò la richiesta. La pubblicità dei lavori fu interrotta mentre si stava parlando di accordi segreti tra gli Stati Uniti e l’Italia in una stagione contrassegnata da timori di un conflitto con l’Unione Sovietica e i suoi alleati.  Su un’eventuale invasione del nostro Paese, Gualtieri aveva detto che «nel 1951 era stato previsto anche l’arretramento, in caso di occupazione, fino alla Cirenaica o al Marocco o alla Tripolitania». Poi aveva citato un documento su cui era appuntato che era stato «deciso di sostituire la Tripolitania con la Sardegna come base di arretramento ultimo».

Ottenuta la segretezza dei lavori, Taviani obiettò: «Questa storia della Tripolitania e poi della Sardegna l’ho letta solo sui giornali. Per quello che mi risultava come ministro della Difesa, anche se ovviamente non è che io abbia i documenti o delle dichiarazioni, ma delle conversazioni con il capo di Stato maggiore della Difesa, nei momenti in cui vi fu veramente il rischio di una guerra, e naturalmente l’invasione non sarebbe stata arrestabile neppure sulla Linea Gotica, ho sentito sempre parlare di una linea tra Cosenza e Catanzaro, o tra Catanzaro e Reggio Calabria».

Davanti al resoconto stenografico nell’Archivio storico del Senato, colpisce immaginare un fronte calabrese in un’Italia per gran parte in mano straniera. Alla pubblicità di parti della seduta, la commissione Stragi nell’ascoltare Taviani rinunciò anche più avanti. Il 1° luglio 1997 il senatore specificò: «La Russia non si sarebbe certamente mossa per prendere l’Italia, però poteva esserci una guerra europea ed in questo caso loro sarebbero arrivati a Bergamo via Austria in due giorni e da Bergamo avrebbero puntato sulla Calabria. Quindi il nostro fronte sarebbe stato in Calabria, questo quando io ero ministro».

La Linea Gotica, tra 1944 e 1945, aveva separato le zone dell’Italia del Nord ancora occupate dalla Germania nazista da quelle liberate dagli Alleati e dalla Resistenza. Nel 1990, in commissione, Taviani parlò degli albori di una struttura anti-invasori. Militari italiani, quattro decenni prima, avevano valutato la possibilità di far compiere azioni di disturbo nelle retrovie che sarebbero state controllate dai sovietici a ex partigiani non comunisti della «Brigata Osoppo».  Raccontò il senatore: «Il caso si era già presentato al momento della guerra di Corea. Ci fu un momento, durante quella guerra (ero allora presidente della Commissione italiana per il Piano Schuman e poi Presidente della commissione italiana per la Ced — Comunità europea di difesa) in cui si corse il rischio di allargamento della guerra anche in Occidente e in quel caso ci fu l’allertamento di questi ex partigiani».

La guerra di Corea fu combattuta tra 1950 e 1953. Taviani rammentò che non era stata l’unica occasione nella quale si era ipotizzato un precipitare degli eventi: «Successivamente, venne il momento dell’emergenza Trieste (…). È chiaro che la Jugoslavia non sarebbe arrivata alla Linea Gotica, però il rischio di guerra ci fu e fu concreto».  Schierato contro l’Urss di Iosif Stalin, fiero di essere stato il primo ministro della Difesa in visita a Washington dopo il viaggio del 1947 in cui Alcide De Gasperi decise di puntare all’uscita del Partito comunista dal governo, il centrista Taviani era convinto, come Mario Scelba, che il Pci non andasse messo fuori legge. «Si confonde sempre duro con ‘destro’”», osservò nel 1997. Ormai senatore a vita, rivendicava la propria durezza senza voler essere confuso con la destra. E chiese che la seduta non fosse pubblica anche per fornire una descrizione dei servizi segreti da antologia, benché più addolcita di altre fatte a voce a chi scrive. «Il mondo dei servizi è quello che si vede nei film. Ci sono gli stessi passaggi, le stesse storie, solo che l’errore commesso nei film è che ci sono troppi morti. Il servizio segreto non deve ammazzare nessuno, perché, appena ammazza qualcuno viene scoperto», sostenne.

Ai commissari Taviani raccontò: «Io avevo e ho disistima nei riguardi della Cia. Non mi riferisco a ragioni morali: ma a ragioni tecniche. Fin dalla Resistenza. Basti ricordare gli episodi del Lago d’Orta, allorché un agente della Cia (…) fece avvelenare e affondare nel lago un suo superiore (maggiore Hololan). (…). Ero ministro della Difesa nell’autunno del 1956 allorché la supremazia nel campo dei servizi segreti è passata dall’Intelligence service (britannico, ndr) alla Cia. (…) Fu un passo indietro preoccupante (…). Negli anni Sessanta e Settanta e perfino Ottanta gli agenti della Cia in Italia ebbero, salvo qualche rara eccezione, una sola linea di azione: un ottuso anticomunismo, l’assoluta disattenzione e incomprensione di quanto si stava verificando nel Pci con la svolta di Berlinguer. Ben superiore il livello dell’Fbi, nonché dei servizi statunitensi della Marina». Non è tutto. Ne scriveremo ancora.

Trasparenza in Parlamento

Sono stati il Consiglio di presidenza di Palazzo Madama e l’Ufficio di presidenza di Montecitorio a deliberare l’abolizione del segreto su atti delle commissioni parlamentari d’inchiesta attive fino al 2001, tra i quali le parti di audizioni di Taviani delle quali riferiamo in questa pagina. A seconda dei casi, i documenti sono consultabili negli archivi storici di Senato e Camera o via Internet. I testi adesso accessibili a studiosi e cittadini costituiscono materiale storico di valore, ma uno dei principali promotori della declassificazione ritiene che «a questo ritmo occorreranno quasi due secoli per poter accedere a tutti i documenti». Gianni Marilotti, il senatore dei Cinque Stelle che presiede la commissione per Biblioteca e Archivio storico del Senato, lo sostiene ricordando che la commissione Stragi consegnò agli archivi alla fine dei lavori oltre un milione di pagine. «Nel 2015 — spiega — il rapporto tra atti “liberi” e atti “riservati” era di nove a uno. I riservati erano 125.839 pagine. A distanza di quattro anni sono ancora 125.116, vale a dire che sono state declassificate solo 723 pagine». In gran parte, il motivo è che il Parlamento può togliere vincoli di segreto posti da sé stesso, non da altri: servizi segreti, forze armate, autorità varie. Per molti documenti la decisione spetta ai soggetti che li emisero.

L’Osservatorio : rilevanti sono state le cariche rivestite da Paolo Emilio Taviani :

  • dal luglio 1951 al luglio 1953 sottosegretario agli esteri
  • dal luglio 1953 all’agosto 1953 ministro del commercio estero
  • dall’agosto 1953 al luglio 1958 ministro della difesa
  • dal febbraio 1959 al marzo 1960 ministro delle finanze
  • dal marzo 1960 al febbraio 1962 ministro del tesoro
  • dal febbraio 1962 al giugno 1963 e dal dicembre 1963 al giugno 1968 ministro dell’interno
  • dal dicembre 1968 al febbraio 1972 e dal luglio 1972 al luglio 1973 ministro per gli interventi nel Mezzogiorno
  • dal luglio 1973 al novembre 1974 ministro dell’interno.

A partire dal 1943 è professore incaricato di Demografia presso la Facoltà di Giurisprudenza, a Genova. Fin dagli anni del liceo Taviani aderisce all’area del movimento cattolico più sensibile alla questione sociale. Passato all’università, diviene dirigente della Federazione universitaria dei cattolici italiani (Fuci) genovese. In seguito ai Patti Lateranensi, per un breve periodo condivide l’illusione che il fascismo possa evolversi in un movimento di riscatto sociale e nazionale, ispirato dai valori cattolici: a diciotto anni, appena iscritto all’università, entra a far parte del Guf di Genova; a ventuno partecipa ai Littoriali della cultura. Ma la politica bellicista del regime e soprattutto le leggi razziali del ’38 sciolgono l’illusione. Alla vigilia della guerra Taviani è decisamente schierato nel campo degli antifascisti: organizza i “gruppi di studio cristiano-sociali” a Pisa, Livorno, Lucca e Genova. Subito dopo l’8 settembre (con il nome di copertura di Riccardo Pittaluga) è tra i costitutori del clandestino Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria (Cln-Liguria), come rappresentante della Dc. Come ministro della Difesa, promuove il rientro della Repubblica Federale Tedesca nella compagine occidentale, ha un ruolo di primo piano nella soluzione della questione di Trieste (pubblicherà poi il diario di quelle vicende in I giorni di Trieste) e dà concreta attuazione all’accordo tra governo italiano e Nato per la struttura militare Stay Behind. Nelle sue memorie postume, ”Politica a memoria d’uomo”, il volume contiene numerose rivelazioni sui ‘misteri d’Italia’, tanto che subito dopo la scomparsa di Taviani le bozze dell’opera vennero acquisite dalla magistratura che indaga sulle stragi degli anni Settanta. Nel capitolo dedicato all’esplosione del caso Gladio (o Stay Behind, nome del piano che doveva scattare nel caso di un’invasione comunista in Italia), lo storico esponente della Dc, che di quella struttura fu il primo responsabile governativo, si dice convinto che fu utilizzata nel corso del 1990 per costringere Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, a lasciare il Quirinale in anticipo di ben due anni.

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