Bonaventura De Carolis: un compagno generoso

L’Osservatorio : ci ha lasciato, Bona ci ha lasciato questa volta per sempre. E dire che ci aveva abituato agli improvvisi abbandoni ; tra i primi ad aderire a qualunque progetto nascesse nel giro dei vecchi compagni della  militanza giovanile, arrivava pieno di entusiasmo,con tante idee e progetti ,salvo poi sparire improvvisamente senza una spiegazione. Un caratteraccio tra i nostri altrettanto terribili caratteracci. Gli volevamo bene e  in fondo le sue sparizioni non ci preoccupavano perché lo sapevamo lì a ragionare, pronto ancora una volta a riaffacciarsi sull’onda di un altro grande entusiasmo.
Questa volta purtroppo non sarà così,Bonaventura ci ha lasciato per sempre, portando con sé quella parte di vita vissuta che amava raccontare a pochi e che nei racconti dei suoi amici più cari è parte di questo omaggio che l’ Osservatorio riserva al suo ricordo.

da “La Bottega del Barbieri”
BONAVENTURA DE CAROLIS: UN COMPAGNO GENEROSO
26 Marzo 2019 Redazione 2 commenti

I ricordi di Daniele Barbieri e Danilo Russo con le parole di Roberto Bardini e di Horacio Verzi
Una polmonite, con mille complicazioni, ci ha portato via Bonaventura; presto lo ricorderemo a Roma (*) .
Scriviamo cercando di mettere insieme i nostri (tanti) “Bona”… fra due mondi cioè Italia e Nicaragua.

 

UN PRIMO FLASH (scritto da Danilo Russo)
Il primo ottobre prossimo avremmo festeggiato 50 anni che ci conosciamo.
Le scuole aprivano allora il primo ottobre, e in seconda media, a Caserta, arrivò questo lungagnone (poi si è fermato…) e credo fummo subito compagni di banco. Classe vivace, a 12 anni il senzadio ero io, un altro era comunista, la più carina era la fascistella… discussioni infinite.
Bonaventura mi ha sfottuto per decenni, giustamente, perché fui l’ultimo a pre(te)ndere i pantaloni lunghi (fa molto Lolli, Michel, no?).
Famiglia borghese la mia, un filo meno la sua (soprattutto dopo che fu il primo di noi a perdere il padre); comunque, bucce da togliersi.
Poi il liceo. Dopo un anno eravamo insieme nei collettivi, e subito dopo in uno di quei gruppi locali (vagamente trotzkista, tasso dogmatico basso però) che fiorivano all’epoca. Fu l’apprendistato precoce, sistematico (come usava) a pensare a cose più “grandi” dell’essere studentelli.
Caserta era bianca; e nera (è ancora così, ma questo è un altro discorso…), e contenderla ai fasci, quelli coetanei e quelli con più struttura, era e ci pareva obbligatorio e urgente. Originali non eravamo. Bona scelse allora quel che voleva essere, diventò cattivello, specializzò il suo corpo empiricamente, artigianalmente: lo formò per darle senza prenderne di più. Con altri, fu tra i più odiati da loro, che ne ebbero ben donde. Con altri, ci fece da pungolo perché li conoscessimo i fasci, li marcassimo stretti.
In LC (Lotta Continua) lo anticipai, di poco, dentro una leva nuova e vitale di quella esperienza, a Caserta. Solo che LC stava per finire.
Fummo fra quelli che non vollero che finisse: eccheccazzo, noi si diventava belli, forti, attrattivi… e a Roma chiudevano baracca?
A Roma io ci andai a studiare, uno dei tanti nel ’77 romano, e sia lì (con la timidezza del provinciale) che a casa la mia “tribù” era quella.
Bona aveva 20 anni, e molto più di me era fra quelli che viaggiavano, per tenere e prendere contatti con pezzi di LC che non volevano finisse così. Alcuni di quei contatti – umani, prima di tutto – li ha ancora, e infatti questa storia la racconta qui di sotto Daniele.

UN SECONDO FLASH (scritto da db, cioè Daniele Barbieri)
                                                                                     Ho conosciuto Bonaventura (e Danilo) nelle riunioni a Roma in cui compagne/i di Lotta Continua di tutt’Italia cercavano di capire cosa fare dopo lo scioglimento. Idee diverse, fra chi sentiva il bisogno di costruire una vera e propria organizzazione e chi pensava a una struttura più leggera di coordinamento. Ci incontrammo più volte con il nome “Lotta Continua per il Comunismo” (LCxiC): con l’urgenza comunque di esserci, di sostenere i movimenti antagonisti mentre sulla scena politica sembrava ci fosse spazio solamente per le armi: quelle dello Stato e quelle delle Brigate Rosse (e simili). Capimmo presto, con tristezza, che le nostre ragioni e i nostri dubbi non interessavano più molti dei dirgenti di LC (e il nostro giornale che ci censurò). Una piccola ma non trascurabile storia, quella di LCxic che non è stata ancora raccontata: per una “rimozione” collettiva che riguarda la sconfitta di quegli anni ma anche per la censura che non permise a tante/i di noi di agire politicamente: la nostra posizione era “nè con lo Stato nè con le Brigate Rosse”. Perdemmo ma le nostre ragioni sono – secondo me – ancora valide perchè come diceva un vecchio slogan “il terrorismo è uno Stato in piccolo e lo Stato un terrorismo in grande”: e noi terroristi non volevamo essere. Fu lì in LCxic che io diventai amico di “Bona”. Per poi perderlo di vista.

UN TERZO FLASH (scritto da Danilo Russo)
Anch’io lo “persi di vista” in quegli anni (dopo l’80, diciamo) alla maniera in cui poteva succedere in un posto di 60000 abitanti; alla maniera in cui due, che venivano spesso “fusi” nella percezione del milieu, divaricano attitudini e strade.
Ho dovuto spesso pensare, in questi orribili giorni in cui Bonaventura era in rianimazione, a quanto ai nostri 20 anni – nel ’78 – capitò a parti invertite: lui a vegliarmi dentro e fuori un ospedale, anche di notte, con altri compagni. Anche fatta la tara della “generosità” giovanile e di quella compagnistica, resta molto della sua, proverbiale. Ancora oggi è la cosa che più gli devo, e parlo al presente perché il debito non l’ho colmato.
Non si aveva una lira da sprecare: ma quelle serate in un postaccio di fronte alla sede, a bere birra e a mangiare (solo) piattoni di patatine fritte, e a ridere sopratutto – in tanti – hanno moltissimo a che fare col Bona che è venuto dopo. Il Bonaventura conviviale, di cui tutti/e abbiamo goduto davanti a un piatto e a un bicchiere – meglio se di carne il primo e di rosso il secondo; e meglio se cucinato da lui, il primo – nasceva lì. Era ed è stato il suo modo di godersi la vita, la compagnia dei compagni, anche quando la situazionme era “pesa”.
Erano anni belli, come chi c’era sa. Filtravamo, attivamente e passivamente, atmosfere e strascichi, e qualche veleno, del ’77 metropolitano e del seguito. Provavamo a replicarlo, a situarci, a sprovincializzarci. “Anni di rame” li chiama Erri De Luca. Ci sembrava funzionasse.
Io però avevo respirato forse troppa aria di Roma; LCxic cominciò a starmi stretta, ero curioso e infedele, finii con uscire. Bona no, lui rimase. In un certo senso, la sua tribu è rimasta la stessa da allora, con essa o con pezzi di essa ha migrato, ha pensato, ha fatto. Bona era così, un compagno, doveva fare-con, pensare-con e l’infedeltà gli era aliena (e questo, proprio questo, è in seguito diventato “il” discorso fra noi).
Venne l’80, che nei miei ricordi è la morte di mio padre, il lavoro, l’antinucleare (che facemmo insieme), il terremoto, i primi arresti a Caserta. Ci si trovava ancora, quando sì e quando no, ma le convivialità erano diverse; e la vecchia confidenza pagava pegno ai tempi. Ci allontanammo, io mi urtai per qualcosa… e per una dozzina d’anno ci siamo persi di vista. Seppi da altri che era salito su a Milano e da lì a Managua.

UN QUARTO FLASH (scritto da db).
                                                                                                                                              Io e Gianfranco arrivammo a Managua: volevamo vedere la rivoluzione sandinista e dare una mano ai progetti di Italia-Nicaragua, l’associazione solidale nella quale eravamo impegnati. In aeroporto non trovammo chi ci aspettavamo ma Bonaventura, sbucato dal nulla (cioè non sapevamo che fosse lì). Ci aiutò a capire, a vedere. Fu prezioso soprattutto per me che ero lì anche per scrivere un reportage. Bona lavorava (come fotografo e non solo) per il governo. Il compagno di sempre, con più esperienza ma il coraggio e la passione non domabili. Quando io tornai in Italia ci riperdemmo di vista. La posta elettronica ancora era una roba sperimentale… E io ho sempre odiato i telefoni.

UN QUINTO FLASH (scritto da Danilo Russo)
                                                                                                          Nicaragua. Ci passai. Ci si passava tutti/e, quasi come è stato poi col Chiapas. Io ci andai proprio alla fine, nell’89. Fu strano perché sapevo che Bona era lì da anni ma non lo avvertii e il mio orgogliaccio mi vietò di cercarlo. Manco lo trovai, come invece è capitato a Daniele e a tanti altri cui ha aperto le porte sue domestiche e quelle simboliche su ciò che succedeva intorno. In un mese, feci finta di costruire una scuola, viaggiai, cercai di capire/mi: feci il turista solidale, alla superficie delle cose. Lui, forse a un chilometro forse più, faceva la sua vita, esperienza piena, si sposava e divorziava (2 volte), militava in senso proprio, più volte si è giocato le palle – come dicevano loro -, cucinava, faceva baldoria, imparava, viaggiava. Vedeva passare un pezzettino di storia e ci aderiva ostinatamente. Lui faceva, faceva-con. Questa storia, quel momento e quel mondo, l’intersezione di una rivoluzione latina con la varia umanità internazionalista che accorreva a vederla e/o sostenerla, la racconta con tutte le sfumature un libro bello (“Toda la muerte“, scritto 20 anni fa da Horacio Verzi, fratello uruguaiano di Bona e nostro) che purtroppo c’è solo in spagnolo e dove Bona è l’unico che compare con il suo nome, che ridendo concesse. In Nicaragua ha lasciato, pur senza più tornarci, un grado, una casa dove poter tornare, e certamente un pezzo di cuore.

UN SESTO FLASH (scritto da db)
                                                                                                                                                      Nel 1988 ero andato via da Roma (prima in Sardegna e poi a Imola) perdendo molti contatti con gli ex (variamemente ex, ma questo è un altro discorso) di LC. Tornavo di rado a Roma ma una volta incontrai Bona: a una manifestazione, forse nel 2007 – la mia memoria ormai è bucherellata come un Gruviera – o forse mi scovò lui e ci demmo appuntamento a un qualche corteo (e dov’altro?). Bonaventura era quello di sempre, pieno di idee e sempre impegnato in qualcosa. L’amicizia riprese forza perchè avevamo un “sentire comune” in odio al sistema che opprime tutte/i (tranne l’1 per cento di privilegiati e il piccolo esercito di guardie armate, servi e lecchini lì a raccattare le briciole che cadono dal banchetto avvelenato) ma anche perchè Bona era vulcanico in tempi di lobotomici ed era un simpatico, non come certi musoni o presuntuosi che si incontrano anche “da noi” (intendo nella sinistra estrema perchè lì continuavamo a sentirci di casa). Negli ultimi anni non ci siamo più persi di vista. Forse correndo un po’ troppo… vista l’età. Era quasi sempre Bona a incastrarmi in una cosa o nell’altra. A parlarmi per primo dell’idea di ricordare “Pelle” (Massimo Avvisati) oppure di mettere in piedi anche a Roma un osservatorio sul fascismo, o a chiedermi idee, appunti, “pazzie” per una specie di film sulla storia dell’altra Roma. Fra un progetto di riciclo (elettronico) già in piedi e un’altra “ideuzza” da costruire, pochi mesi fa mi disse con affettuosa serietà: “questo è un telefonino per te, se non cominci a usarlo giuro che al nostro prossimo incontro ti spacco la faccia”; l’ho usato un paio di volte, più per fargli piacere che per convinzione. Ci stavamo sentendo spesso anche perchè Bonaventura era molto incazzato per le derive dell’orteguismo-murillismo in Nicaragua – spiacerà a qualcuna/o, ma è così – e mi inviava notizie, considerazioni, contatti. In febbraio mi aveva chiesto di aiutarlo a costruire una piccola narrazione sull’altro sport (cioè quello non mercenario) e come al solito il suo entusiasmo mi aveva convinto. Mi manca. Poi – come quasi sempre accade- alla tristezza si mescolerà la goia di averlo conosciuto, resteranno i ricordi più belli e la comune rabbia contro un mondo infame.

UN SETTIMO FLASH (scritto da Danilo Russo)
Nel ’94 – non vedevo Bona da 13 anni – vengo a Roma a viverci e lui era lì, da poco tornato. Chissà come, lo sa – sapeva sempre tutto di tutti! – e mi “convoca”, come faceva lui, per propormi qualcosa che non ricordo e che secondo lui avremmo potuto fare, dividendoci i compiti… dopo 13 anni! Daniele e io testimoniamo qui di quanto era vulcanico, ma altri/e cento potrebbero farlo: aveva su tutti noi un archivio mentale di cosa sapevamo fare e (dunque) avrebbe potuto farci fare. Gli ho opposto per anni un’incrollabile accidia meridionale: “facciamo…” – “no!”. Nessun vanto ne porto. Mi pare che avesse già il “Vicolo”, il locale che gestì per anni, in forma di “associazione culturale”, propaggine di un’organizzazione no-profit, un po’ incongrua nel cuore della movida trasteverina. Anni felici anche se economicamente sfigati, alla fine dei conti. Ricordo che a volte ci dormiva dentro, se non proprio per necessità quasi. Ci ho conosciuto un sacco di persone – ancora poche, evidentemente, per dargli da campare – interessanti e diverse, più giovani e più anziane di noi (allora circa quarantenni). Fra i primi e le prime, in particolare, seminava affetti e simpatia che gli sono durati fin qui. In Italia, e a Roma, si riunì alla sua tribu. Quel che nella comunità di LCxic era rimasto coeso dopo gli ’80 si ritrovò in Rifondazione e in seguito – per me inopinatamente – ne uscì con Cossutta (“politicamente” imperdonabile, ma Bona seguiva la tribù che era la sua, pensava-con, faceva-con). Per qualche anno lavorò per il partito e poi per quell’altro, sapeva fare e fece di tutto, ma l’esperienza del Nicaragua e la massa di muscoli con cui tornò lo candidavano a ruoli di “sicurezza” in senso ampio. Poi tornò “free lance” con libertà di movimento e di giudizio, anche disincanto. Non era il tipo del “soldatino” nostalgico. Sono anche gli anni in cui conobbe Stefania, si sposarono e nacque Leo. E in cui cominciò a riciclarsi verso altre attitudini tecniche di cui era invariabilmente curioso. L’informatica applicata alle immagini, la possibilità a esempio di produrre film (du reel) dall’inizio alla fine, nel suo antro nella cantina di casa; questa è via via diventata la sua ultima personale frontiera, e ciò che offriva gratis a compagni romani e non. Per campare, perché si deve pur campare, gli ho visto negli anni curare siti, vendere e assistere computer e reti di essi, smontarli, montarli ex novo, montare stampanti 3d con pezzi di risulta (!)… Ricco non è diventato, non era da lui; non era formica, non risparmiava come non si risparmiava. Dieci anni fa ritrovarsi con un altro pezzo della vecchia/nuova LC (più contaminato di movimenti, meno di Palazzi) gli ha ridato entusiasmo, compagneria, un luogo anche esistenziale dove continuare a sentirsi-con. Era a suo agio, del resto, in molti luoghi fisici della sinistra romana di movimento, anche estranei alla sua storia “politica”, in cui aveva rispetto e rapporti veri. Il Bona “simpatico” che Daniele coglie era questo: un tratto di bonomia sostanziale, nascosta male dietro modi burberi; e poi la capacità di capire le situazioni e saperci stare, il regalo che si è preso da decenni di militanza spesa senza rinunciare a godersi la vita. Negli ultimi anni, mi permetto di dire, era diventato più “dolce”, se è parola che mai gli si possa riferire: il corpo cominciava a dirgli che non era più al suo servizio, le traiettorie deludenti di gente che era stata la sua, la maturità forse, ce lo facevano ancora più conviviale, meno assertivo e spigoloso. Così mi piace ricordarlo.

EL PUENTE SOBRA EL RIO CUA: un ricordo di Roberto Bardini (giornalista argentino, autore di noir e compagno)
In America Centrale, il quesillo è un formaggio a strisce, arrotolate in forma di palla o di treccia, simile alla mozzarella. Con un po’ di peperoncino e olio d’oliva è una modesta leccornia. Benché non confermato da statistiche o nutrizionisti, a volte, in circostanze eccezionali, la differenza fra mangiare quesillo e mangiare pesce è la stessa che passa fra vivere e morire.
Fu il primo maggio del 1986, nel nord del Nicaragua. La preferenza per il pesce salvò la vita al fotografo italiano Bonaventura de Carolis, a quattro reclute e a me. E grazie al fatto che non mangiammo quesillo, tutti e sei evitammo che ci crivellassero di colpi o ci sgozzassero in un’imboscata, in una fattoria perduta fra le montagne, vicino alla frontiera con l’Honduras.
Tutto era cominciato tre giorni prima. Bonaventura entrò lì in Agenzia Nueva Nicaragua e, felicissimo, mi disse che il ministero della Difesa ci aveva autorizzato a spostarci a Jinotega, a 162 chilometri a nord-est di Managua, e a unirci per 15 giorni a un Battaglione di Lotta Irregolare (BLI). Quando un reporter è giovane e ne ha voglia, essere corrispondente di guerra è una droga simile al tabacco o all’alcol.
Il fotografo aveva 29 anni. Corpulento e prossimo ai 90 chili di peso, era sposato con una bella nicaraguense più giovane di lui e, siccome lo preoccupava restare calvo, si radeva i capelli a zero. Con l’uniforme mimetica, pareva uno di quei parà descritti dallo scrittore francese Jean Larteguy in I centurioni e i pretoriani. A Bonaventura de Carolis piaceva di più andare come inviato al fronte che andare al mare, mangiare ravioli o giocare a calcio.
Era la quarta volta in meno di un anno che andavamo insieme in zone di guerra. L’italiano era eccitato come se lo avessero premiato con due settimane di soggiorno in un hotel cinquestelle, con tutte le spese pagate e la compagnia di una mezza dozzina di conigliette di Playboy.
I ragazzi che facevano il Servizio Militare Patriottico li si chiamava “cagnetti” (“cachorros“, appellativo affettuoso ma indubbiamente poco militare) . Li si considerava i nipotini di Sandino, il Generale degli Uomini Liberi che nel 1933 cacciò dal Nicaragua i marines statunitensi.
I BLI erano unità mobili dell’Esercito Popolare Sandinista che non avevano caserme o basi. Montavano i loro accampamenti nella selva o in montagna e si spostavano continuamente da una regione all’altra del Paese, soprattutto le più conflittuali. Erano composti da 5 compagnie di 120 soldati l’una. Le compagnie a loro volta erano formate da quattro plotoni di 30 ragazzi. L’equipaggiamento di ogni plotone consisteva in un mortaio da 82 mm., tre mitragliatrici pesanti, tre lanciagranate, una radio per comunicazioni con copertura fino a 12 chilometri e un walkie-talkie con portata di 6 chilometri.
Il 27 aprile arrivammo a Jinotega e ci unimmo alla Seconda Compagnia del BLI “Coronel Santo Lopez”, comandata di un tenente. Si chiamava Pablo, aveva 24 anni ed era nell’esercito da 6. Ci diedero un’uniforme verdeolivo, stivali da montagna, zaino e un fucile AK-47 con tre caricatori. Bonaventura de Carolis portava inoltre un pesante equipaggiamento fotografico che includeva tre apparecchi e vari obiettivi.
In seguito ci raccontarono che quando la gente ci vedeva per strada commentava: “Questi due sono istruttori cubani”. E che altri correggevano: “No, sono consiglieri russi”.
Solo gli inviati dell’Agenzia Nueva Nicaragua, dei giornali Barricada e El Nuevo Diario, e di alcune radio simpatizzanti del Fronte Sandinista potevano portare divisa da combattimento e fucile. Se un reporter di qualcuno di questi media era catturato dai “contras”, finiva con un colpo in testa o, più frequentemente, sgozzato.
L’uso di uniforme e AK-47 era la differenza principale con il resto dei corrispondenti che si dicevano “di guerra”. I giornalisti statunitensi o europei potevano contare su risorse ben superiori. Disponevano di assistenti, con sofisticati strumenti di comunicazione, fuoristrada ultimo modello, autisti e, fondamentalmente, dollari che cambiavano al mercato nero e permettevano di campare molto bene.
Però loro li si autorizzava solo ad arrivare nelle retrovie e quando i combattimenti erano terminati. Si mascheravano con sahariane, gilè pieni di tasche e ridicoli cappelli da campeggio, ma in seguito molti di loro finivano col redigere i propri pezzi nella comoda stanza dell’hotel o nella casa – generalmente di ex somozisti – che avevano affittato a un prezzo assai conveniente. E mentre si godevano l’aria condizionata o una birra fredda, siglavano i loro rapporti “in qualche luogo fra le montagne”.
L’obiettivo del BLI “Santos Lopez” era portarsi in una regione selvaggia situata a nord di Jinotega, a 400 metri sul livello del mare e a otto chilometri dalla frontiera con l’Honduras. Lì doveva proteggere la costruzione di un ponte sul rio Cua, che serpeggiava lungo 12 chilometri di montagna. Era una costruzione di cemento incompiuta, di cento metri di lunghezza e 50 di altezza, la cui costruzione falliva da tre anni perché i “contras” attaccavano continuamente coloro che vi lavoravano.
Quando seppi della nostra destinazione, la prima cosa che mi venne in mente fu Il ponte sul fiume Kway, il film di David Lean vincitore di sette Oscar nel 1957. Non immaginavo che lo sconosciuto ponte sul rio Cua si sarebbe trasformato in un ricordo assai più indelebile.
I “contras” erano forze irregolari antisandiniste che ricevevano armi e dollari dagli Stati Uniti. I loro istruttori erano veterani del Vietnam al servizio della CIA e alcuni “consiglieri” argentini esperti di guerra sporca. Israele collaborava al riciclaggio del denaro. E il governo dell’Honduras permetteva di accamparsi a sud del proprio territorio. Il presidente Ronald Reagan li chiamava “combattenti della libertà”.
Negli ultimi cinque anni, dal 1980 al 1985, la popolazione civile era stata il principale bersaglio degli attacchi controrivoluzionari. La maggior parte delle incursioni, attentati e sabotaggi fu diretta anche contro obiettivi civili: piccoli villaggi contadini, strade e ponti, centri di produzione e cooperative agricole, scuole e posti di assistenza medica.
Secondo rapporti del ministero della Difesa, gli attacchi “contras” via terra, mare e aria in questo periodo avevano dato come risultato 3500 bambini e adolescenti sequestrati, feriti o assassinati, e circa 6000 orfani di guerra. Quasi mille uccisioni di civili, 232 sequestri di abitanti dei villaggi, 345 imboscate a veicoli privati e pubblici e 640 sabotaggi a obiettivi economici e produttivi. Solo fra gennaio e maggio del 1985 i “contras” uccisero, ferirono o sequestrarono 27 membri delle brigate di salute e 246 maestri, distrussero 20 centri medici e 14 scuole, e costrinsero a chiudere 359 punti di scuola primaria e 840 di scuola per adulti.
C’era un altro dato da prendere in considerazione quanto a questi “combattenti per la libertà”: 500 donne violentate in cinque anni, per lo più quasi bambine.
Dal 1980 al 1986 l’aggressione al Nicaragua lasciò un saldo di 12mila vittime fra morti, feriti e sequestrati, e perdite materiali per 300 milioni di dollari. Si stimava che quella guerra non dichiarata fosse costata alla popolazione nicaraguense 7 volte più vittime l’anno, in proporzione, della guerra del Vietnam.
Alle sei di mattina del 28 aprile partimmo rapidamente con camion militari verso El Diamante, una piccola comunità di 30 famiglie a 35 chilometri a nord-est di Jinotega, che era stata attaccata da circa 100 “contras”. Quando arrivammo, erano fuggiti da mezz’ora. Avevano bruciato 20 case e la piccola scuola del villaggio, ferito due persone, sequestrato un ragazzo e distrutto un piccolo generatore elettrico.
Il BLI “Santos Lopez” cominciò l’inseguimento a piedi, con l’idea di tagliar loro la strada prima che arrivassero al fiume Cua. Furono 19 chilometri in 4 ore di marcia veloce, per un sentiero di montagna, pieno di salite e discese.
I “cagnetti” avevano fra 19 e 23 anni, e nella vita civile molti di loro erano contadini abituati a camminare su questo tipo di terreno. Io invece avevo 37 anni, avevo vissuto per la maggior parte della mia vita in città, ero un nottambulo cronico e fumavo 40 sigarette al giorno. Prima del Nicaragua ero stato nell’80 con le guerriglie dell’ex Sahara Spagnolo e nell’81 nella guerra Iran-Irak e nella guerra civile in Libano, però quasi sempre a bordo di una jeep o di un furgone militare. Mentre avanzavo sempre più a fatica con lo zaino sulle spalle e credevo che sarei morto di un infarto per nulla epico, arrivammo al ponte incompiuto. Bonaventura, che pesava quasi il doppio di me e portava un equipaggiamento più pesante, andava da una parte all’altra come in un giorno di scampagnata e scattava foto.
Il tenente Pablo ordinò di accamparci e di stabilire un posto di comando. Mandò pattuglie a chiedere ai contadini della zona se avevano visto “contras”.
Due soldatini si mossero a compassione e mi aiutarono a tagliare un paio di grossi rami con un’estremità a forchetta, di circa 60 centimetri di lunghezza. Poi li piantammo in terra a due metri di distanza, annodammo una corda agli estremi di ciascuno, ci stendemmo su un telo di plastica nera e ne fissammo le punte al suolo, con un angolo di 45°. Era pronta la mia “tenda da campagna”. Le prime cose che feci furono togliermi gli stivali da tortura, mettermi orizzontale e propormi di smettere di fumare a partire da quel momento.
Montammo la guardia due giorni. Il terzo, dopo il primo caffè, accesi una sigaretta. E poi un’altra. “L’ultima che fumo in vita mia” mi dissi, e mi dedicai a prendere appunti sul mio quaderno.
Alle 10 di mattina, Bonaventura mi si avvicinò con una notizia: uno dei ragazzi che era uscito in pattuglia gli aveva detto che a un chilometro dal campo c’era una piccola fattoria dove si poteva comprare quesillo. Chiedemmo al comandante della compagnia l’autorizzazione a recarci sul posto e partimmo con quattro soldati. Da che ci eravamo uniti al BLI l’unica cosa che avevamo mangiato a mezzogiorno e a sera era riso e fagioli. Ci dispiaceva solo non avere olio d’oliva e peperoncini.
Quando arrivammo alla casa, una donna dagli occhi sfuggenti ci disse che il padrone non c’era e che tornassimo all’una del pomeriggio. I ragazzi tentarono di darle corda, ma lei sorrideva e rispondeva a monosillabi, senza guardarli. La sua voce aveva la stessa tenerezza di una carta vetrata che gratta una piaga.
Mentre camminavamo per rientrare, Bonaventura disse:
– Io qui non ci torno.
Gli domandai perché.
– Non ci torno – ripeté. E si dedicò a scattare foto.
Al campo, alcuni “cagnetti” in calzoncini stavano facendo il bagno nel fiume mentre altri erano di vedetta. Lasciammo i fucili, ci spogliammo e ci innaffiammo. Qualche metro più in là, un gruppo “pescava” in stile BLI. Un soldato tirava una granata in acqua e quando numerose bolle indicavano che era scoppiata, tre o quattro ragazzi si tuffavano e cominciavano a tirar fuori pesci di media grandezza che poi lanciavano a riva. Erano intatti e vivi: l’onda d’urto li intontiva soltanto. A mezzogiorno mangiammo pesce arrosto e riso.
Poco dopo, mentre facevamo il caffè, successe ciò che dà motivo a questo racconto,
All’una e mezza del pomeriggio di quel primo maggio dell’86, arrivò al campo un furgoncino e ne scese una signora che piangeva e gridava. Sul retro del veicolo, con vernice spray, era scritto “Viva Reagan” e “Morte al FSLN”.
La donna era una piccola commerciante al dettaglio, che tornava dal comprare mercanzie a Jinotega: caffè, zucchero, olio, candele, fiammiferi, caramelle… Tremando, ci raccontò che all’una si era fermata in quella fattoria e che circa 30 “contras” erano spuntati dai dintorni della casa. Le avevano rubato tutta la mercanzia, avevano sparso in terra un bidone di nafta che teneva di riserva, l’avevano palpeggiata. Erano un distaccamento di coloro che avevano attaccato la comunità di El Diamante. “Digli a quei figli di puttana che sono accampati al ponte che li stiamo aspettando qui” le aveva detto quello che pareva essere il capobanda.
E tutto era successo all’una di pomeriggio, la stessa ora in cui dovevamo andare a prendere il quesillo.
Il BLI accettò l’invito del capo “contra”.
– Andiamo allora (in originale “pues”, ndt), non facciamoli aspettare – disse il tenente Pablo. Ora scrivo “pues”, però laggiù pronunciano “pué”, come in Honduras.
Partimmo all’inseguimento dei banditi. Bonaventura e io verso la fattoria, con un plotone al comando di un sergente scuro di pelle, basso e tarchiato, con baffi alla messicana, che faceva paura a dieci metri di distanza. Gli altri, al comando di Pablo, si buttarono per sentieri di montagna per tagliar la strada prima che arrivassero alla frontiera con l’Honduras. Io avevo il pesce di traverso in gola. Un’ora dopo, via radio, venimmo a sapere che li avevano intercettati e annientati. Pochi “contras” erano riusciti a attraversare la linea di confine e a passare in territorio honduregno.
Ci riposammo un momento. Bonaventura entrò nella casa dov’eravamo stati al mattino e domandò alla donna con gli occhi sfuggenti se avesse il quesillo che le avevamo richiesto. “Si sono rubati tutto” disse lei. La sua amabilità era più falsa di una dentatura di legno.
Poco dopo, cominciammo la marcia di ritorno. I miei polmoni pompavano come i pistoni di un vecchio trattore. L’italiano, con tutto il suo equipaggiamento sulle spalle, andava e veniva scattando foto.
– Sto per morire – gli dissi quando mi passò di lato.
– Domani o dopodomani può essere – rispose sorridendo –. Però oggi la morte è passata lontana.
Non seppi se il suo sorriso fosse di compassione o di sfottò. Però compresi perché prima non aveva voluto tornare alla fattoria. E capii pure qual era stata quel giorno la differenza fra mangiare quesillo e mangiare pesce.
Il sergente a capo del plotone ascoltò questo nostro dialogo. Si avvicinò e mi offrì acqua da una delle due borracce che portava. Il moro metteva paura solo a guardarlo, ma parlava a voce bassa con la semplicità amabile e composta dei contadini centroamericani. L’acqua conteneva una quantità sufficiente di rum Flor de Caña da farti tossire. “Che ti succede, consigliere sovietico?” scherzò.
Dopo quel sorso accesi la terza sigaretta di quella giornata. Da allora non ho smesso di accenderne, e sono già passati 24 anni.
Adesso, qui, molte volte ho ricordato l’inizio di Apocalypse Now, con il delirio del capitano Willard intossicato dal whisky in un tugurio di Saigon, a chiedersi perché non tornava nella jungla. E qualche volta, quando mi guardo intorno, mi dispiace di non poter stare di nuovo in montagna. Lì per lo meno sapevi dove eri al coperto, da che parte potevano arrivare i colpi, e chi ti avrebbe dato una mano in caso di incidente. “Ciascun uomo è una guerra civile” dice Jean Larteguy.
Sono già vecchio. I ricordi colano per il foro di una clessidra che non si può ribaltare per ricominciare il conto. Però in momenti così penso che se ritornassi a quei giorni sarei capace perfino di smettere di fumare.
[In originale, c’è a questo punto la seguente nota dell’autore, con asterisco che rimanda alla prima delle volte in cui Bonaventura viene citato sotto pseudonimo: “Non è il suo vero nome, ma quello che scelse quando gli mandai la bozza di questo racconto. I vecchi compagni dell’Agenzia Nueva Nicaragua e molti ex membri dell’Esercito Popolare Sandinista sanno come si chiama. Ma ho rispettato la sua richiesta di restare anonimo, perché attualmente preferisce essere un uomo qualunque”. Abbiamo invece chiesto all’autore, che ce lo ha concesso, di sciogliere il vincolo, non più attuale purtroppo. Perché poi Bonaventura tutto è stato tranne che un uomo qualunque. ndt]

FINIAMO CON LE PAROLE DI HORACIO VERZI, giornalista e scrittore uruguayano
Staremo sempre insieme
È morto un amico dell’anima. Abbiamo perso una parte della nostra vita. Bonaventura de Carolis era un uomo buono, brav’uomo, un uomo nobile di spirito. Generoso. Coraggioso. Con lui ho vissuto funeste ore in Nicaragua. Ho molte cose a ringraziare per lui. Ha arricchito la mia vita. Grazie a lui ho potuto conoscere gente bella in Italia, avere bravi amici, che mi arricchiscono anche in conoscenze e spirito. Era perfetto? Chi lo è? Chi sia perfetto ringrazio me lo dica quanto prima, così mi allontano per non disturbarlo. Bonaventura è andato via senza che nessuno potesse parlare con lui. Ma ci segue parlando nel cuore. Un amico ha detto che se n’è andato sognando.

(*) La data non è ancora fissata: chi vorrà venire scriva a db – pkdick@fastmail.it – e verrà informato del luogo e della data.

Social:

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *