Dalla guerra di aggressione alla guerra di liberazione

Italian partisans associated with the Partito d’Azione during the liberation of Milan. (Photo by Keystone/Getty Images)

L’Italia, legata alla Germania dal Patto d’Acciaio (22.5.1939) e alla Germania e al Giappone dal Patto Tripartito (27.9.1940), non entra in guerra al momento dell’invasione tedesca della Polonia (settembre 1939), ma solo un anno dopo, nel giugno 1940. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, il fascismo, consapevole dell’impreparazione economica e militare del paese e delle sue forze armate, sceglie la formula della “non belligeranza”, un apparente disimpegno che permetterebbe, nelle intenzioni del regime, di rafforzare le strutture offensive e difensive dello Stato in vista di un impegno diretto.
In realtà, quando Mussolini decide l’ingresso del paese in guerra, non compie tale scelta in ragione di un raggiunto approntamento dei reparti e delle risorse, tutti messi a dura prova dalle numerose guerre del regime. La decisione è presa, piuttosto, per timore di arrivare tardi alla spartizione del bottino guadagnato dal potente alleato tedesco, che sta in quel momento dominando su tutti i fronti. La dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, seguita, il 28 ottobre 1940, da quella alla Grecia, comporta l’impegno italiano su più fronti: il primo è quello delle Alpi occidentali fino all’armistizio con la Francia (24 giugno 1940), in una battaglia che si sostanzia nell’attacco a un paese già praticamente sconfitto dalle truppe tedesche, e nonostante questo notevoli problemi per le truppe italiane; su quello dell’Africa orientale, dove si combatte contro i britannici una campagna che, fatta eccezione per la guarnigione stanziata a Gondar, gli italiani perdono già nel maggio 1941 (Gondar cade in novembre): è una sconfitta che comporta la perdita delle colonie e la fine della cosiddetta Africa Orientale Italiana. Ancora, gli italiani combattono, dal 10 giugno 1940, anche in Africa Settentrionale, sostenuti, dal marzo 1941, dall’Afrikakorps del generale tedesco Erwin Rommel. È il fronte di combattimento (cioè, non di occupazione) sul quale l’alleanza italo-tedesca regge più a lungo: le forze dell’Asse, infatti, saranno sconfitte solo nel maggio 1943, dopo le fondamentali battaglie combattute a El Alamein (Egitto, luglio e ottobre-novembre 1942). In Africa Settentrionale gli italiani affrontano anche le truppe americane, sbarcate in Marocco e Algeria dal novembre 1942 (Operazione Torch). Altro fronte di combattimento italiano è quello balcanico: italiani e tedeschi occupano entro l’aprile del 1941 Jugoslavia e Grecia, sebbene la guerra italo-greca abbia fin dall’inizio rappresentato un serio problema per i reparti fascisti, minacciati dai greci addirittura all’interno dei confini albanesi (l’Albania è un protettorato italiano dal 1939, Vittorio Emanuele III ne è re). Solo l’intervento tedesco nell’aprile 1941 risolve la situazione, modificando tuttavia, in senso estremamente concreto, il rapporto tra i due alleati dell’Asse: la guerra dell’Italia, che nelle intenzioni di Mussolini doveva essere “parallela” a quella della Germania, si rivela una vera e propria guerra “subalterna” al camerata più forte. Infine, oltre alla guerra sul Mediterraneo tra Regia Marina (sostenuta dalla Kriegsmarine tedesca) e Royal Navy britannica, risolta nella netta vittoria di quest’ultima, gli italiani si impegnano, dal luglio del 1941 al gennaio del 1943, nell’Operazione Barbarossa, la campagna di Russia, che si concluderà con la distruzione completa dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia).
La seconda guerra mondiale degli italiani è un conflitto combattuto in netta condizione di inferiorità, sia nei confronti dei nemici anglo-americani e sovietici, sia nei confronti degli alleati tedeschi. Equipaggiamento scarso o inadeguato, impreparazione dei vertici militari e politici, incapacità delle truppe non preparate per un conflitto di tali dimensioni, si concretizzano in una guerra combattuta male al fronte e in un’occupazione difficile, spesso gestita con metodi brutali, nei territori invasi (Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica). Questo per quanto riguarda gli italiani alle armi; tuttavia, la seconda guerra mondiale è anche per il fronte interno una guerra totale, che comporta il pieno coinvolgimento dei civili, costretti a vivere per anni in città quotidianamente bombardate, con i viveri razionati fino alla malnutrizione e alla fame, privi dei più elementari servizi atti alla sopravvivenza collettiva e individuale. Difatti, il primo fronte a crollare sarà proprio quello interno, sbalordito dalle sconfitte al fronte e dalla morte in casa procurate, innanzitutto, dall’incapacità del regime di difendere la propria nazione, al di là della retorica surreale della propaganda.
Il 9 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcano in Sicilia e cominciano la conquista-liberazione della penisola. Internamente il fascismo ha già dovuto fronteggiare le prime palesi ribellioni, dovute ai bombardamenti, al razionamento del cibo alle ristrettezze economiche e agli scarsi esiti deludenti delle campagne belliche. Nel marzo 1943 il nord è caratterizzato da un’ondata di scioperi, i primi da quando il fascismo ha reso reato l’astensione volontaria dal lavoro. Le richieste di pane e pace degli scioperanti hanno un chiaro significato politico.

Il Nella notte tra il 24 e 25 luglio del 1943, il Gran Consiglio del fascismo decreta l’estromissione di Mussolini dal governo. Poche ore dopo, l’ex duce è tratto in arresto per volere del re, che nomina il maresciallo Pietro Badoglio (1871-1956) capo del governo.
In tutta Italia si hanno manifestazioni di gioia spontanea da parte della popolazione, che interpreta la caduta del fascismo come la fine della guerra. Badoglio si affretta però a dichiarare che la guerra continua al fianco degli alleati tedeschi, che nel frattempo stanno penetrando in forze nel paese, ufficialmente per sostenere i reparti italiani che stanno affrontando gli Alleati in Sicilia. I quarantacinque giorni che separano la caduta del fascismo dalla proclamazione dell’armistizio sono contraddistinti dalla feroce repressione delle manifestazioni popolari per la pace, ma anche da una prima riorganizzazione dell’antifascismo politico e, da parte del governo, da trattative segrete con gli Alleati. Il 3 settembre 1943 viene stipulato l’armistizio tra Italia e anglo-americani: si tratta, in realtà, della resa incondizionata di un paese effettivamente incapace di proseguire una guerra che ha perso fin dall’inizio. La stipulazione dell’armistizio è resa nota solo l’8 settembre, senza che sia per questo stato predisposto, da parte italiana, un piano per fronteggiare le truppe tedesche presenti sul territorio nazionale ed estero. Abbandonati a se stessi, i militari italiani tentano, in alcuni luoghi d’Italia e dei territori d’occupazione, di resistere alle richieste di disarmo che provengono dagli ex camerati, ma questi primi atti di Resistenza si concludono, il più delle volte, con la reazione feroce dei tedeschi, che uccidono migliaia e migliaia di soldati italiani disarmati. Centinaia di migliaia di altri militari, invece, sono catturati e inviati nei campi di concentramento, dove divengono manodopera coatta del Reich.
Il re, la sua famiglia e il governo, intanto, abbandonano Roma e fuggono a Brindisi. Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da paracadutisti tedeschi. Dopo un incontro con Hitler, il duce dà vita alla Repubblica Sociale Italiana, con sede a Salò, sul Lago di Garda. La RSI sarà uno stato autonomo – con un proprio governo, un proprio territorio, un proprio esercito – sottoposto però a una stretta “sorveglianza” da parte degli alleati tedeschi, che ne regoleranno la politica estera e ne controlleranno quella interna.
Ha inizio così il periodo più difficile della storia dell’Italia unita, che in realtà unita non è più, trovandosi frammentata in due entità statali, una delle quali – il Regno del Sud – legittima e legittimata anche dalla continuità istituzionale, e l’altra – la Repubblica Sociale Italiana – illegittima e sottoposta al dominio straniero dei tedeschi che, tra l’altro, si sono direttamente appropriati di parte del territorio nazionale (le province di Bolzano, Trento, Belluno, Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana). È il periodo, però, anche più importante della storia dell’Italia unita, e questo grazie allo sviluppo della lotta di Resistenza che, nelle sue svariate forme, contribuisce sensibilmente alla liberazione d’Italia e alla sconfitta del nazismo e del fascismo.
Con lo sbarco alleato in Normandia, nel giugno 1944, comincia la liberazione della Francia e dell’Europa continentale. Ci vorrà però ancora quasi un anno di guerra perché la Germania, invasa a ovest dagli anglo-americani e a est dai sovietici, che arriveranno a Berlino, si arrenda.
Il 28 aprile 1945, nei giorni della liberazione delle grandi città del settentrione d’Italia, Mussolini, catturato dai partigiani mentre tenta di scappare in Svizzera, è fucilato su ordine del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI). Due giorni dopo, Adolf Hitler si suicida nel suo bunker berlinese. Tra l’8 e il 9 maggio, con la resa della Germania, la guerra in Europa è ufficialmente finita.
La guerra nel Pacifico prosegue tuttavia per alcuni mesi, per terminare solo dopo l’attacco atomico americano su Hiroshima (6.8.1945) e Nagasaki (9.8.1945). Il 14 agosto il Giappone si arrende.

L’Italia entra in guerra: il discorso di Mussolini del 10 giugno 1940
Discorso di Benito Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia a Roma. Il duce annuncia l’entrata dell’Italia in guerra al fianco della Germania, contro Francia e Gran Bretagna. È il 10 giugno 1940.
La politica del ventennio fascista giunge così al suo punto culminante, trascinando l’Italia in un conflitto per il quale non è pronta né da un punto di vista militare né da un punto di vista economico.
Il discorso del duce, retoricamente impostato, è più volte interrotto dalle grida di una folla entusiasta.
“Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!
L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste parole: frasi, promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano.
Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia. Oramai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.
Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee. Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.
Italiani!
In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze armate. In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla maestà del re imperatore, che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata.
L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo!, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
Popolo italiano, corri alle armi! e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”

L’8 Settembre a Roma: la resistenza ai Tedeschi

Date cruciali: 25 luglio e 8 settembre 1943
Il 1943 è l’anno della svolta della seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale inizia la controffensiva dell’Armata Rossa, che vince la lunga e difficile battaglia di Stalingrado (31.1.-2.2.1943). Nello scacchiere meridionale si ha, nel maggio di quell’anno, la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa. Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcano in Sicilia, iniziando così lo sfondamento della “fortezza Europa”.
In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio e la caduta, nello stesso mese (25.7.1943), del fascismo, fanno precipitare la situazione. Il paese è al tracollo, la guerra è persa su ogni fronte e l’Italia si arrende: il 3 settembre viene stipulato l’armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.
Venticinque luglio e otto settembre 1943 sono due date cruciali nella storia d’Italia. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo. Poche ore dopo l’ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III. Il 25 luglio segna dunque la data della fine del fascismo come forma istituzionale e regime legittimo. Non è, tuttavia, la fine del fascismo tout court, che di lì a pochi giorni si riproporrà in una nuova veste alla guida della Repubblica Sociale Italiana, al cui vertice sarà lo stesso Benito Mussolini.
Il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo lo stesso 25 luglio, si affretta a reprimere gli entusiasmi popolari e annuncia alla nazione che “la guerra continua”:
“Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l’Italia. Viva il Re”.
Il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmano un armistizio, noto come “armistizio breve”. A nome di Badoglio, ancora a Roma, firma il generale Giuseppe Castellano; per gli Alleati è invece presente il generale Walter Bedell Smith. Le clausole dell’armistizio breve – che sarà seguito, il 29 settembre 1943, dall’“armistizio lungo” – prevedono in realtà la resa incondizionata dell’Italia.
La sera dell’8 settembre 1943, tocca nuovamente al maresciallo Badoglio, leggere alla radio un proclama che annuncia al paese l’armistizio tra Italia e Alleati. L’accordo viene reso noto solo dopo pesanti pressioni da parte anglo-americana: gli Alleati, infatti, pretendono che il governo italiano smetta di tergiversare e annunci la resa dell’Italia, e di conseguenza circa un’ora prima del proclama badogliano la notizia dell’armistizio è diffusa dalla radio alleata di Algeri.
Il proclama di Badoglio, volutamente ambiguo sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli ex alleati tedeschi, è probabilmente uno dei testi più noti ed emblematici della storia nazionale.
“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”
Nel tempo che intercorre, simbolicamente e materialmente, tra i due proclami di Badoglio, i tedeschi hanno modo di occupare quasi tutta l’Italia e di preparare i piani che permetteranno loro, dopo l’annuncio dell’armistizio – interpretato dal Reich, in maniera del tutto strumentale, come “tradimento dell’alleanza” – di disarmare, deportare e uccidere, in alcuni casi, centinaia di migliaia di soldati italiani, colti completamente di sorpresa e abbandonati dalle istituzioni che avrebbero dovuto prepararli alla svolta. Le forze armate italiane terminano la guerra – o almeno questa prima fase di guerra – come l’hanno iniziata, nel segno dell’impreparazione e dell’inadeguatezza.
Comincia, tuttavia, una nuova guerra, che per una parte sarà quella tesa alla liberazione del paese, per un’altra quella della fedeltà alla barbarie del nazifascismo.

L’Ordine del giorno Grandi – 25 luglio 1943
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo, che non si riunisce dal 1939, approva l’ordine del giorno che sfiducia Mussolini. La mozione, presentata da Dino Grandi, passa con 19 voti favorevoli (Acerbo, Albini, Alfieri, Balella, Bastianini, Bignardi, Bottai, Cianetti (ritira il giorno successivo), Ciano, De Bono, de Marsico, De Stefani, De Vecchi, Federzoni, Gottardi, Grandi, Marinelli, Pareschi, Rossoni), 7 contrari (Biggini, Buffarini-Guidi, Farinacci, Frattari, Galbiati, Polverelli, Scorza, Tringali Casanova) e un astenuto (Suardo).
“Il Gran Consiglio del Fascismo, riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia, in cui più alta risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovano le nobili tradizioni di strenuo valore e d’indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate. Esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra;
proclama
il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano;
afferma
la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione;
dichiara
che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali;
invita
il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”.

Pietro Badoglio
Nato a Grazzano Monferrato (Asti) il 28 settembre 1871, deceduto a Grazzano Badoglio (toponimo modificato dal podestà, nel 1939, in onore del maresciallo d’Italia) il 1° novembre 1956, militare e uomo politico.
Capo di stato maggiore di corpo d’armata durante la Grande Guerra e capo di stato maggiore generale durante il fascismo, governatore della Tripolitania e della Cirenaica e viceré d’Etiopia, con la caduta di Mussolini (25 luglio 1943) il maresciallo d’Italia è chiamato da Vittorio Emanuele III a presiedere un nuovo governo. Lo forma escludendo ogni coinvolgimento dei partiti antifascisti, preoccupandosi di non dare spazio alle forze popolari, impegnandosi a trattare segretamente l’armistizio con gli Alleati, preoccupato soprattutto di salvaguardare la monarchia. I quarantacinque giorni del suo governo, inaugurati dall’annuncio del proseguimento della guerra al fianco dei tedeschi e dalla brutale repressione delle manifestazioni in favore della pace e della liberazione dei detenuti politici (in particolare in Emilia Romagna e in Puglia), si concludono con la stipula dell’armistizio e la disastrosa gestione della sua proclamazione l’8 settembre 1943. L’armistizio, che lascia allo sbando i nostri soldati, coincide con la fuga verso Brindisi del re, dei vertici delle forze armate e dello stesso Badoglio, senza la minima organizzazione per la difesa di Roma e la Resistenza.
I passi successivi del governo Badoglio sono la stipulazione dell’armistizio lungo (29 settembre 1943), la dichiarazione di guerra alla Germania e la cobelligeranza al fianco degli Alleati (13 ottobre 1943), il trasferimento dei ministri e della corte a Salerno (febbraio 1944), la costituzione del secondo governo Badoglio (22 aprile 1944), il primo governo di unità nazionale, al quale cioè partecipano gli esponenti dei partiti antifascisti riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale.
La liberazione di Roma (4 giugno 1944) coincide con le dimissioni di Badoglio e l’instaurazione del governo Bonomi. Il maresciallo si ritira a quel punto a vita privata, così come fa il re Vittorio Emanuele III, che lascia le prerogative di capo dello Stato nelle mani di suo figlio Umberto, nominato luogotenente generale del regno.
Nel dopoguerra Badoglio perde la carica di senatore e viene coinvolto nella polemica sulla disfatta dell’esercito italiano a Caporetto (1917), non gli si chiederà conto, invece, delle atrocità compiute durante la guerra d’Etiopia, nonostante il governo di questo paese abbia incluso il nome di Badoglio in una lista di criminali italiani presentata nel 1948 alle Nazioni Unite.

La Linea Gustav
Nota per essere la principale linea difensiva tedesca sul fronte dell’Italia meridionale, la linea Gustav (o Winter Line) corrisponde, in realtà, a una modificazione della precedente linea Bernhardt. Si estende dalla foce del fiume Garigliano, da sempre confine naturale tra sud e centro Italia sul versante tirrenico, alla città di Ortona, sull’Adriatico, a circa 25 km a sud di Pescara. Il suo fulcro strategico è rappresentato da Cassino e dalla sua abbazia.
Da Montecassino, infatti, si domina una delle arterie principali della viabilità dell’area centro-meridionale della penisola, la via Casilina. La linea viene fortificata dai tedeschi con bunker, campi minati e ostacoli di varia natura, soprattutto nella stretta di Cassino. Vi sono, inoltre, numerosi impedimenti naturali: la catena montuosa degli Aurunci, i vari fiumi che, nel precoce e rigido inverno del 1943-44, si ingrossano, divenendo quasi invalicabili per i mezzi alleati. Il versante adriatico «presenta[…] caratteristiche diverse ma ugualmente favorevoli ai tedeschi: un terreno collinoso solcato da una serie di fiumi in piena, che l’VIII armata [britannica] [deve] espugnare uno alla volta con fatica e perdite, per poi trovarsene dinanzi un altro» (G. Rochat, La campagna d’Italia 1943-45, in Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti-R.Sandri-F. Sessi, Torino, Einaudi, 2006, p. 580). Il fiume Sangro è raggiunto nel novembre 1943 e la città di Ortona alla fine del dicembre successivo, dopo intensissimi combattimenti. Questo piccolo centro, bombardato per mesi dagli Alleati, quasi completamente evacuato dalla popolazione, sfollata altrove, e praticamente raso al suolo, sarà definito la “Stalingrado d’Italia” per i combattimenti che vi si svolsero, casa per casa.
Sul fronte tirrenico, la Gustav cade solo nel maggio 1944. In quello stesso periodo i reparti alleati, sbarcati ad Anzio nel gennaio precedente, riescono finalmente a passare all’offensiva. Tra lo sfondamento della Gustav e la liberazione di Roma (4.6.1944) passano meno di venti giorni.
Le popolazioni, strette tra i due fuochi, subiscono le conseguenze della guerra in casa: razzie, distruzioni, rastrellamenti, stragi ed eccidi sono i principali tipi di violenze delle quali si rendono responsabili i tedeschi; bombardamenti, cannoneggiamenti, devastazioni (comprese quelle del patrimonio culturale e artistico), saccheggi e brutalità di vario genere (ad esempio gli stupri di massa, noti come “marocchinate”, ai quali vengono sottoposte le popolazioni ciociare dopo lo sfondamento della Gustav, da parte perlopiù dei reparti del Corpo di Spedizione Francese in Italia) sono invece le “colpe” dei liberatori alleati.

Porto di Ortona – lapide
Iscrizione sulla lapide al porto di Ortona. La città, da dove si imbarcano il re e il governo per raggiungere Brindisi dopo la fuga da Roma (9 settembre 1943), si sarebbe trovata al centro dei combattimenti sul versante adriatico della linea Gustav. Bombardata dagli Alleati e devastata dai tedeschi, sarebbe stata ricordata come la “Stalingrado d’Italia”, per i combattimenti tra i due eserciti, che si svolsero tra le strade e le case della città stessa.
Da questo porto
la notte del 9 settembre 1943
l’ultimo re d’Italia fuggí
con la corte e con Badoglio
consegnando la martoriata patria
alla tedesca rabbia.
Ortona repubblicana
dalle sue macerie e dalle sue ferite
grida eterna maledizione
alla monarchia dei tradimenti
del fascismo e della rovina d’Italia
anelando giustizia
dal popolo e dalla storia
nel nome santo di repubblica.
9-9-1945

La Linea Gotica
Dopo l’occupazione alleata di Roma e il ritiro verso nord, il comando supremo tedesco decide di rinforzare quella che, già dall’autunno 1943, è ritenuta l’estrema linea di difesa sul fronte europeo meridionale: l’area che va dalle Alpi Apuane all’Appennino tosco-emiliano e a quello emiliano-romagnolo. Fortificata con bunker, campi minati, reticolati e trincee, postazioni per mitragliatrici e anticarro, questa barriera naturale viene a costituire la linea Gotica. L’avamposto, lungo più di 300 km – la Gotica copre lo spazio terrestre tra Apuania (attuali Massa e Carrara) e Pesaro – subisce, dall’estate del 1944, numerosi attacchi da parte degli Alleati e delle formazioni partigiane. La tenuta della Gotica è dovuta, in realtà, più alle difficoltà riscontrate dagli anglo-americani lungo la strada verso il settentrione – in particolare in Toscana e nella parte più meridionale della pianura padana – che alla forza della linea difensiva tedesca, carente da vari punti di vista (difficili collegamenti Tirreno-Adriatico, scarsa viabilità etc.).
Dopo la liberazione delle città di Firenze (agosto 1944, liberata dalle forze partigiane), Pesaro (agosto-settembre 1944, liberata dal 2° corpo polacco e dalla Brigata Maiella), Rimini (settembre 1944, su azione congiunta dei reparti greci, canadesi e neozelandesi), Forlì (novembre 1944, liberata da partigiani e britannici) e Ravenna (dicembre 1944, per merito di Alleati e partigiani di Arrigo Boldrini), e quindi lo sconfinamento in Emilia e in Romagna, le forze alleate e partigiane sono costrette a fermarsi a pochi chilometri da Bologna e lungo il corso del fiume Senio. Sulla Gotica intervengono, dato il logoramento delle truppe tedesche, i reparti della RSI, considerati dai loro camerati nazisti «forze ampiamente sacrificabili al momento dell’offensiva finale» (A. Rossi, Linea Gotica, in Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti-R.Sandri-F. Sessi, Torino, Einaudi, 2006, p. 565).
L’inverno 1944-1945 è il periodo più difficile per le forze partigiane, in particolare sulla Gotica, in quanto la stasi delle truppe alleate corrisponde all’invito – che ha la forza di un ordine, perché equivale alla sospensione dei rifornimenti e di ogni tipo di aiuto – a ritirarsi su posizioni difensive in attesa della primavera (proclama Alexander, 13 novembre 1944).
Al di là di alcune operazioni minori avvenute in febbraio e marzo, l’offensiva alleata riprende nei primi giorni dell’aprile 1945, quando l’VIII armata britannica sfonda il fronte sul Senio, riuscendo a entrare a Bologna il 21 aprile, insieme al 2° corpo polacco, ai Gruppi di combattimento italiani e alla Brigata Maiella. Nonostante la strenua e disperata resistenza dei reparti tedeschi, lo sfondamento della linea Gotica equivale, nel volgere di qualche giorno, alla liberazione del Nord Italia, dove nel frattempo è scoppiata l’insurrezione generale proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia.

La presenza della linea Gotica, e di truppe naziste e fasciste imbarbarite dal conflitto e dalla prospettiva di una sconfitta sempre più certa, rappresenta, come già la Gustav per le popolazioni meridionali, lo scatenamento di una feroce guerra ai civili: i principali eccidi dei quali sono vittime gli abitanti del territorio – a Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e in tantissimi altri luoghi – avvengono proprio a ridosso della linea di fortificazione.

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