e Delle Chiaie disse :” siete quelli di Pecorelli? Con voi non parlo”

L’Osservatorio: Delle Chiaie porta nella tomba i misteri degli anni più oscuri della Repubblica, quelli delle stragi e della commistione tra eversione nera e l’Ufficio Affari Riservati di Umberto D’Amato.                                                

 

Come scrive nel suo articolo Raffaella Fanelli, motore delle inchieste che hanno portato alla riapertura del caso Pecorelli : “restano i vivi Adriano Tilgher, Silvano Falabella e Domenico Magnetta. I tre chiamati in causa da Vincenzo Vinciguerra e mai, e precisiamo MAI, messi a confronto con lo stesso Vinciguerra, ancora detenuto o meglio sepolto vivo nel carcere di Opera” – continua Raffaella Fanelli – “Pecorelli scriverebbe che la Procura sta aspettando la morte di Vinciguerra per procedere a interrogatori e confronti. Ma noi non siamo così ironici “.

Raffaella Fanelli Giornalista e scrittrice,pubblicato l’11 settembre 2019

“Non rilascio interviste a Estreme Conseguenze”. Lo scorso 27 maggio Stefano Delle Chiaie ha risposto così a chi scrive.

Stefano Delle Chiae alias er Caccola alias Alfredo Modugno

Lo avevo cercato per l’inchiesta sull’omicidio di Mino Pecorelli. Sapeva bene che avrei chiesto della sua lettera a Beppe Dimitri. Di quell’evasione promessa in una missiva recapitata al carcere di Rebibbia dov’era detenuto il suo braccio destro. Parte della lettera era crittografata e Dimitri utilizzava una griglia da sovrapporre al testo per leggere le indicazioni che lo avrebbero portato fuori dal carcere. Un’evasione organizzata da Stefano Delle Chiaie, alias il Caccola, alias Alfredo Modugno. Ed è proprio col nome di Alfredo che firmava le sue lettere a Dimitri.

 

Domenico Magnetta e Peppe Dimitri

Avrei chiesto di questa corrispondenza. Del piano di evasione.  Di una libertà pretesa anche da Domenico Magnetta. A Stefano Delle Chiaie avrei voluto chiedere del “ricatto” di Mimmo: “Se non mi aiutano ad uscire dal carcere tiro fuori la pistola che uccise il giornalista Mino Pecorelli”. Una frase riportata da Vincenzo Vinciguerra, neofascista di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, in un verbale dimenticato fra i tanti fascicoli del caso Moro. Una dichiarazione forte, importante, che ha permesso, dopo quarant’anni, di riaprire le indagini sull’omicidio irrisolto del giornalista.
“Non rilascio interviste sul caso Pecorelli”, perché al di là del nome di chi lo aveva cercato, Stefano Delle Chiaie non voleva dare risposte sull’omicidio di Via Tacito. Un delitto rimasto senza colpevoli e sepolto dal fango rovesciato sul cadavere di un uomo fatto passare per ricattatore. Ma Pecorelli era un giornalista d’inchiesta che pubblicava notizie. Che mai calibrava le parole dei suoi articoli. Che Offendeva. Denunciava.        Se avesse ricattato sulle pagine del suo settimanale non ci sarebbero state né denunce né esclusive.     Pecorelli non avrebbe scritto di Giovanni Ventura. Non avrebbe scritto delle stragi. O meglio, solo (e in parte) di Piazza Fontana perché delle successive e di quella devastante alla stazione di Bologna, a Mino Pecorelli è stato impedito di scrivere.                                                                                                                                                  La sua penna è stata fermata prima, con 4 colpi di pistola esplosi in via Orazio, a poca distanza dalla redazione di Op, da quegli uffici di via Tacito che nascondevano gli appunti del giornalista: “Franco Freda veniva informato da parte di un funzionario dell’Ufficio Politico della Questura di Padova il giorno successivo a quello in cui veniva disposto un accertamento sul suo numero telefonico”. E ancora: “C’erano delle relazioni particolari che Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale mantenevano con l’Ufficio Affari Riservati”.

Federico Umberto D’Amato

Tre giorni prima di essere ucciso Pecorelli andò da Federico Umberto D’Amato, all’epoca a capo dell’ufficio Affari Riservati. Forse per verificare una notizia. “Affrontava i suoi interlocutori – ci ricorda Paolo Patrizi, uno dei suoi più stretti collaboratori –  E il suo sto per pubblicare non era un ricatto ma una sfida. Spesso riferiva notizie per ottenerne altre. A Mino piaceva attaccare i potenti. Che fosse, come è stato detto, lo strumento di una fazione dei servizi segreti contro un’altra è da escludere. Cambiava parte spesso e sembrava volesse colpire quegli stessi che la settimana prima aveva difeso. Aiutato. Pubblicava documenti riservati, compromettenti. Non guardava in faccia nessuno”.                                                                                                                   Un giornalista che andava dai diretti interessati rivelando cosa avrebbe pubblicato.

E che tre giorni prima di essere ucciso incontrò Federico Umberto D’Amato.
“Umbertino sapeva del delitto Pecorelli. Conosceva mandanti e killer”. Francesco Pazienza lo dice con sicurezza. “Il buon Umbertino, alias Zafferano, prendeva 15 milioni di lire al mese per finanziare la sua rete di informatori. Poi litigò con Scalfaro e mi chiese di passare tutta la sua struttura al Sismi. Ne parlai con Giuseppe Santovito che accettò l’offerta raddoppiando a 30 milioni di lire la disponibilità dell’ufficio.E Umbertino si intascò pure i 400 milioni di Roberto Calvi. Soldi che spese per acquistare un appartamento nel centro di Parigi”.           Erano solo informatori quelli che Umberto Federico D’Amato finanziava? “Aveva una polizia segreta costituita non per intervenire in caso di un golpe comunista ma attiva e alla continua ricerca di informazioni utili alla causa anticomunista. Una struttura operativa.                                                                                                                D’Amato era l’uomo della Cia in Italia e quando è andato in pensione la Cia gli ha regalato un medaglione d’oro di benemerenza che aveva messo in bella vista sul tavolino basso del suo studio”. Del capo ufficio Affari Riservati sappiamo che era iscritto alla P2. Che fu il primo ad accusare Pecorelli di essere un ricattatore. Ma sappiamo anche che aveva rapporti con esponenti della destra eversiva: “Aveva relazioni con Stefano Delle Chiaie, Delfo Zorzi e Massimiliano Fachini” dirà il 15 dicembre del 2009 Giuseppe Mango, segretario ed archivista al Dipartimento Affari riservati.
Umberto Federico D’Amato conosceva Pecorelli perché iscritto alla P2? “D’Amato aveva rapporti con tutti –  ci dice Francesco Pazienza –  ha lavorato in doppi, tripli giochi. Era Licio Gelli che andava a mani giunte da D’Amato e non il contrario. Aveva contatti con Pecorelli, col giudice Domenico Sica, con Massimo Carminati. Con tutti”.
Anche con Stefano Delle Chiaie: “So che Avanguardia Nazionale era pilotata dall’ufficio Affari Riservati retta da D’Amato”, confermò l’ex capitano del Sid Antonio Labruna al giudice di Venezia Carlo Mastelloni il 9 gennaio del 1990.
Stefano Delle Chiaie mai ci avrebbe confermato tale rapporto. Mai ci avrebbe detto di Piazza Fontana. D’altronde dall’accusa di aver preso parte alla strage il Caccola-Alfredo fu assolto nel 1989. Mai avrebbe detto della strage del 2 agosto alla stazione. D’altronde, cosa poteva saperne, fu assolto anche a Bologna per “insufficienza di prove”. Non avrebbe detto delle sue lettere a Dimitri né di cosa Pecorelli avesse scoperto di Federico Umberto D’Amato. D’altronde Delle Chiaie non c’era quando il giornalista si fiondò al Dipartimento Affari Riservati. Non sappiamo cosa Pecorelli disse a D’Amato. Sappiamo però, con assoluta certezza, che aveva raccolto informazioni e notizie sulle stragi. Che aveva incontrato Giovanni Ventura (e abbiamo ritrovato le testimonianze di due collaboratori di Pecorelli che lo confermano). Sappiamo che voleva pubblicare altro sulle stragi. E a dimostrarlo c’è un verbale redatto in data 23 marzo 1979 dai carabinieri di Roma e indirizzato alla procura. Un verbale con l’elenco degli oggetti rinvenuti all’interno dell’auto di Mino Pecorelli e dove compare la bozza di una copertina di Op mai pubblicata. Si tratta di un foglio con appunti riportati a matita e con un titolo centrale: “La strage continua”.
Abbiamo cercato traccia delle sue ricerche nel materiale sequestrato la notte del 20 marzo 1979 per capire cosa, Pecorelli, volesse pubblicare. Perché è chiaro, o meglio quasi ovvio, che chi ne ordinò la morte puntava a zittire il fastidioso giornalista.
Nel materiale sequestrato, oltre a giornali, agende, articoli e appunti, ci sono 18 audiocassette e due bobine magnetiche. Materiale repertato la notte dell’omicidio e ascoltato e trascritto il 28 marzo del 2006. In una cassetta C90 Incis c’è la registrazione della voce di Mino Pecorelli sull’omicidio del giudice Emilio Alessandrini e sull’eliminazione di altri magistrati ad opera di gruppi terroristici. Il nome del giudice torna su una carpetta titolata “193 – Alessandrini”, e ritrovata vuota. Su un foglio manoscritto con varie note compare ancora il nome del magistrato: “La Bruna: 7/8 ore di interrogatorio informale / Alessandrini convinto (mandanti dall’alto)”.
Il giudice Emilio Alessandrini stava indagando sull’eversione di destra ma fu ucciso il 29 gennaio del 1979 da un commando di Prima Linea (organizzazione armata di estrema sinistra).
Mino Pecorelli ne scrisse il 13 febbraio del 1979 polemizzando sul fatto che fosse senza scorta e denunciando, con un testo titolato “Su chi ricade questo sangue?”, che nel covo di via Negroli, quattro mesi prima dell’omicidio Alessandrini, durante l’arresto del terrorista di Prima Linea Corrado Alunni,era stata ritrovata una scheda informativa e una fotografia di Emilio Alessandrini. Un omicidio annunciato. Una morte che si poteva evitare.                                                                                                                                                                         Ma il giudice Emilio Alessandrini era diventato scomodo. Stava indagando sulla cosiddetta seconda linea o doppia organizzazione, ben spiegata nella sentenza della Corte di Catanzaro del 23 febbraio del 1979 per la strage di piazza Fontana:
“il movimento sovversivo era nato con un’impostazione di tipo nazi-fascista; si articolava su una direttrice veneta che faceva capo a Franco Freda, nonché su un’altra romana che faceva capo a Stefano Delle Chiaie (…) il programma della cosiddetta seconda linea  o doppia organizzazione, prevedeva di  strumentalizzare, con opportune manovre di infiltrazione e di provocazione, i gruppi estremisti di sinistra, in modo da compromettere questi ultimi negli attentati e farli apparire come responsabili di una attività eversiva la cui reale matrice, invece, era di destra…”.
“La strage continua”, scrisse Pecorelli prima di morire, su un foglio ritrovato sulla sua auto. Su una copertina mai pubblicata. Se il giornalista avesse saputo che il suo futuro si era fatto corto avrebbe lasciato di più di una copertina abbozzata.
Stefano Delle Chiaie invece ha scelto di tenerseli stretti i suoi segreti. Il primo è morto come ha vissuto, rialzandosi da solo dopo il primo colpo, l’altro a 83 anni, in un ospedale di Roma, circondato da parenti e amici. Di Pecorelli restano i suoi articoli, di Delle Chiaie le lettere. Anche quelle firmate “Alfredo” e indirizzate al detenuto Beppe Dimitri.
Poi restano i vivi Adriano Tilgher, Silvano Falabella e Domenico Magnetta. I tre chiamati in causa da Vincenzo Vinciguerra e mai, e precisiamo MAI, messi a confronto con lo stesso Vinciguerra, ancora detenuto o meglio sepolto vivo nel carcere di Opera. Pecorelli scriverebbe che la Procura sta aspettando la morte di Vinciguerra per procedere a interrogatori e confronti. Ma noi non siamo così ironici.

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