La feroce tecnica dei rastrellamenti nazifascisti

La parola «rastrellamento», dalla quale deriva «rastrellato», ha valenza militare: si tratta di un’azione eseguita da unità minori o pattuglie per catturare soprattutto elementi civili da destinare poi, se validi, ai lavori forzati oppure a scambi in condizioni di vera e propria deportazione. Fu l’area toscana, bolognese e romagnola ad essere oggetto dei primi rastrellamenti da parte delle SS, di reparti della Rsi (la Repubblica sociale italiana) e della Todt tedesca all’inizio del 1944: qui da noi toccò a Firenze, a Pisa, al pontederese, alla zona di Bagni di Cascina (così allora si chiamava), a Ponsacco, Chianni, Lucca, Livorno (lungo il litorale a sud della città), a Siena, Arezzo, Grosseto.
La gente veniva quasi sempre prelevata di notte nelle case e fatta salire sugli autocarri senza vestiti, senza scarpe. Spesso vi furono violenze alle donne. Ore di terrore venivano vissute dai prigionieri, tra i quali anziani e giovanissimi. La destinazione principale erano sempre le «Caserme Rosse» di Corticella (Bologna), ma se non c’era posto i rastrellati venivano fatti proseguire per Fossoli di Carpi, il più famigerato lager italiano, o addirittura per la Germania. Il trasferimento sugli autocarri era disumano: privi di qualsiasi servizio igienico, senza il benché minimo supporto alimentare, i prigionieri non avevano nemmeno il conforto di tendoni che li riparassero dalla pioggia e dal freddo.
Ma vediamo le città e i luoghi particolarmente colpiti dai rastrellamenti. Incontreremo così anche un eroico personaggio, don Giulio Salmi, che ebbe a occuparsi dei rastrellati a Corticella appena ventiquattrenne, nel gennaio 1944, per incarico del cardinale Nasalli Rocca. La storia forse più terribile legata ai rastrellamenti ebbe come teatro Pisa nei primi giorni di agosto, con un’operazione a largo raggio sui monti dove erano sfollati anche centinaia di livornesi. Fu una vera e propria caccia all’uomo che si concluse, per i più, a Ripafratta e a Nozzano: dopo giorni di torture e di sevizie, ben 68 dei catturati furono fucilati a gruppi di quattro o cinque per volta.

                                                                                                                                                            A Roma Il 17 aprile 1944  l’esercito tedesco al comando di Kappler, rastrellò per rappresaglia il quartiere del Quadraro e oltre 900 uomini furono deportati in Germania. La borgata era definita “nido di vespe” dai tedeschi, abitata da fasce di popolazione povera e da sfollati delle zone del fronte, era tanto antifascista che si diceva che, per sfuggire dai tedeschi, “o vai al Vaticano o al Quadraro”. Nel livornese il rastrellamento più clamoroso porta la data del 15 maggio 1944: furono prese oltre trecento persone delle zone di Suvereto, Castagneto Carducci, Sassetta, San Vincenzo, Campiglia. A piedi dovettero percorrere mediamente centocinquanta chilometri per raggiungere la Pia Casa della Beneficienza di Lucca ed essere poi avviate sulla Linea Gotica o in Germania. Drammatici gli episodi di Grosseto, dal rastrellamento della Conca del Frassine (16 febbraio 1944) a quello di Niccioleta (13 giugno 1944). Il teatro di Castelnuovo Val di Cecina fu la prima tappa. Gli uomini furono divisi in tre gruppi, tra cui un folto gruppo di invalidi, oltre settanta. Tutti uccisi. Né minori furono le tragedie del giugno 1944 a Civitella della Chiana, a San Pancrazio Bucine, a Meleto, a Pioppi. Tra San Pancrazio e Meleto le persone trucidate furono oltre centocinquanta. Fuori dalla Toscana, i dati ufficiali di Bologna sono altrettanto impressionanti: oltre cinquemila persone rastrellate dal 15 luglio all’11 agosto, gran parte delle quali trasferite subito in Germania senza sostare alle «Caserme Rosse».
A Sassoleone (Casalfiumanese) vennero trucidate, il 26 settembre, quaranta persone, in gran parte donne, bambini, anziani e ammalati. Il dramma del bolognese si chiuse con la carneficina di Marzabotto (29 settembre-5 ottobre) che vide il massacro di 1836 civili. Tanto se n’è scritto ma ancora non s’è spiegato perché a donne incinte fu squarciato il ventre, perché i feti furono gettati per terra, perché ad alcuni minori fu mozzata la testa. Perché? L’uomo può giungere a questo livello di aberrazione? Qualcuna di quelle lontane vicende umane (mi riferisco alla «Caserme Rosse») è ancor viva in chi scrive con facce, nomi e cognomi (anche se i rastrellati nelle regioni citate, circa 35 mila in tutto, restarono in buon numero sconosciuti). Mi limito a ricordare alcuni residenti nel pisano e a Livorno: Metello Poggi e Aldo Malizia di Bagni di Casciana, Gino Meini e Giulio Saltini, livornesi.
Metello Poggi era il padre dell’attuale sindaco di Casciana Terme; Malizia e Meini erano carabinieri fuori servizio; Saltini era un notissimo orefice labronico. E il modo col quale giunsi fino a loro che deve narrarsi. Collaboratore sportivo del Telegrafo e cronista di vita religiosa del settimanale vescovile La Domenica, la mia firma di giornalista era nota sia a Livorno che a Pisa. Per me entrare alle «Caserme Rosse» non fu facile ma, grazie all’intervento del cardinale Nasalli Rocca che addusse motivi di ricerche personali, tutto si risolse con un lasciapassare speciale. Don Salmi, che alle «Caserme Rosse» rappresentava la potestà del cardinale, garantì per me: ma tutto ad un certo momento rischiò di crollare. Mi fu chiesto se la ricerca per conto del cardinale interessava qualcuno da me conosciuto. La risposta fu negativa; ma il Poggi, vedendo uno sconosciuto scortato da due SS, capì qualcosa e mi si rivolse così: «Lei è un giornalista?». Con le dita della mano destra puntata a mo’ di interrogativo, risposi: «Che cavolo vuoi?». «Chiedo scusa», disse il rastrellato e tutto, per fortuna, finì. Ebbe così inizio, però, un rapporto continuo e proficuo con Poggi e tanti altri, a cominciare da un gruppo di crocerossine: Bona Senni, Maria Sterni, Bice Braschi, Ludovica Monti, Liliana Nardini, Maria Martines Ratti, suor Matilde e suor Gabriella. Le «Caserme Rosse» furono una notevole eccezione per la presenza religiosa (i prigionieri potevano confessarsi e comunicarsi): il merito era senz’altro della fede e dell’esempio di don Giulio Salmi, almeno finchè potè restare in quel luogo. Andò, infatti, così. Il bombardamento del 12 ottobre 1944 consentì la fuga di centinaia di prigionieri. Il comandante colonnello Friedman era stato allontanato proprio in quei giorni e il suo successore, anch’egli ufficiale delle SS, si rese conto che qualcosa o molto non andava per il verso giusto, almeno dal suo punto di vista. Ne fece le spese don Salmi, prima minacciato di arresto e poi cacciato.

Partigiani rastrellati da militi della RSI

Benché espulso (il suo posto alla «Caserme» venne preso dalla crocerossina Bice Braschi), don Giulio Salmi continuò a occuparsi dei rastrellati che giungevano dall’Emilia Romagna, a ridosso della Linea gotica. Ben presto la difficoltà dei trasporti, i bombardamenti sempre più fitti delle zone industriali tedesche, la sensazione che la guerra sarebbe finita con la sconfitta dei nazisti fecero delle «Caserme Rosse» un luogo ben diverso da quello di un tempo. Le evasioni si moltiplicarono, Bologna, dichiarata «città aperta», accoglieva questi fuggiaschi che ritrovarono un vecchio amico in don Giulio Salmi, operante con l’organizzazione Pro-Ra da lui creata. Col solito lasciapassare falsificato in lingua tedesca si poteva varcare la staccionata del campo e prendere contatto con i prigionieri come emissari della Cri. Alcuni nomi sono ancora ricordati in miei taccuini personali. Numerosi i fiorentini: i fratelli Dante e Rodolfo Giovannoni (Dante venne rastrellato due volte), Girolamo e Franco Gramigni, padre e figlio, i fratelli Lido e Franco Papini. Molto significativa questa testimonianza di Luigi Cargioli, rastrellato all’età di 15 anni a Santo Stefano di Magra, poi medico: «Ricordo tutto con lucidità e nitidezza di immagini, come del resto sempre accade quando fatti carichi di intensa emotività impressionano. Nonostante siano passati tanti anni, non catalogo quei fatti nel novero delle esperienze negative: non sento nè odio nè desiderio di vendetta. Quei mesi mi diedero soprattutto l’opportunità di toccare con mano la grande bontà e il vero amore che molti uomini sono capaci di esprimere». Queste parole mi riconducono a una esperienza diretta. Nonostante le privazioni, la famiglia lontana, la paura di malattie e sofferenze, mai si ascoltavano espressioni di odio. Il padre di Luigi Cargioli, Ernesto, anch’egli rastrellato, fu autore di un «Diario» che meriterebbe di essere letto dai ragazzi a scuola: «Mai – scrisse – abbandonarsi alla disperazione, sempre fare la volontà di Dio anche se fosse quella di morire fucilato». Non è stato, quel tempo, soltanto cronaca di orrori, di deportazioni, di massacri. Fu anche tempo in cui «la grande ora di tenebre» (cito un volantino del segretariato della Fuci di Livorno stilato il 26 settembre 1943 da don Roberto Angeli, poi deportato a Dachau, e don Amedeo Tintori, tuttora vivente) «deve suonare in antitesi con la retorica della riscossa nazionale orchestrata dai fascisti». Fu, infatti, così. Vale la pena ripeterlo.

Lo studente Onorio Coletti Perucca fu condannato a morte e fucilato nella caserma di Rovezzano nell’aprile 1944 insieme al dottor Luigi Ferro e all’operaio Alfredo Ballerini: avevano rifiutato di farsi arruolare nell’esercito fascista. Sulla rivista Il Ponte dell’aprile-maggio 1955 Piero Calamandrei dedicò un ricordo a Perucca e citò un pensiero di questo eroe raccolto dal cappellano prima di essere giustiziato: «Padre, non è bello morire a vent’anni ma non farei a cambio con chi ha ordinato la mia morte».

C’è ancora qualche episodio da raccontare: come quello del vecchio parroco di San Miniato che parlò dei fucilati all’altare la domenica successiva e per questo venne arrestato. Nel corse dell’interrogatorio disse: «Ritengo mio dovere citare morti cristiane». Scrisse a suo tempo don Giovanni Pesci che in molti paesi, mentre i podestà fuggivano e le altre autorità sovente dovevano nascondersi, solo il prete rimaneva tra la sua gente ad affrontare le belve, a chiedere ai carnefici la vita dei condannati, a morire con gli innocenti per mostrare che l’amore è più forte del piombo e della morte. Don Giovanni Nardini, parroco di Rosignano Solvay, si autonominò «unica autorità» e, con questo titolo difese i deboli, salvò i condannati. Uno per uno, don Pesci ha voluto raccontare come si giunse ai 59 eccidi di sacerdoti, dalla Versilia, alla Garfagnana e alla Lunigiana. Come non ricordare che a Montemagno di Camaiore il 7 settembre 1944 vennero arrestati e poi fucilati ben dodici sacerdoti presi come ostaggi? Ancora: a Sesto Fiorentino il 5 settembre venne arrestato e orribilmente torturato il parroco Eligio Bortolotti mentre a Crespino sul Lamone, sempre in provincia di Firenze, il 17 luglio don Fortunato Trioschi, dopo essere stato costretto a scavare una fossa, vi fu scaraventato e ucciso selvaggiamente

 

Angolo Berti (1921-2005), cui è intitolata la CASAGIT (la Cassa sanitaria dei giornalisti italiani), pubblicò quest’articolo il 30 maggio 1997 su Il Tirreno di Livorno. Titolo: “Racconto di un protagonista: «Rischiarono e si fecero uccidere per salvare vite umane dalla furia nazista». Preti coraggio dalla parte dei rastrellati. Due anni di ferocia: in Toscana le SS uccisero ben 59 sacerdoti”.

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