L’inquietante ritorno al futuro della nuova destra radicale

da “La Bottega del Barbieri” del 28 Gennaio 2019  riporta la recensione curata da Guido Calderon su “Il manifesto”  del libro “Neofascismi” scritto da Claudio Vercelli                                                                

Fra indagine storica e attualità politica. Simboli, linguaggi, «stile» dalla Rsi al Casa Pound. Già strumento della «maggioranza silenziosa», l’arcipelago nero lancia ora la sfida per rappresentare le vittime

È una sfida tutta attuale quella che Claudio Vercelli delinea in Neofascismi (Edizioni del Capricorno, pp. 188, euro 16), una storia della destra radicale italiana che dall’epilogo sanguinoso della Rsi conduce fino all’odierna «emergenza» di Casa Pound. Un libro che Vercelli, docente presso l’Università Cattolica di Milano, autore di opere significative sulla nascita di Israele e sul negazionismo, ha costruito con il rigore dell’indagine storica, attingendo ad un’ampia e articolata documentazione, ma dal quale traspare la volontà di intervenire sul tema con un linguaggio e uno stile agili, rispondendo con ciò implicitamente anche ad «un’urgenza» di carattere civile.
A TRACCIARE LA ROTTA della ricerca è infatti la consapevolezza, espressa chiaramente dall’autore, che in gioco nel nostro paese oggi non vi sia tanto il «ritorno del passato», «essendo il regime mussoliniano un’esperienza unica, destinata a non ripetersi», quanto piuttosto «la capacità dei movimenti e dei temi neofascisti di diventare parte della discussione pubblica, dell’agenda politica, magari rivestendo panni di apparente rispettabilità».
A riprova dell’estrema e inquietante attualità del tema, l’intera vicenda storica della destra radicale del secondo dopoguerra, viene letta come una sorta di «reciproco inverso» rispetto a quella della repubblica nata dalla Resistenza. Fino ad indicare come il «fascismo dopo il fascismo» abbia costruito le ragioni della sua costante presenza nel panorama politico nazionale modellandosi in qualche modo lungo le linee di crisi e le fratture conosciute dalla nostra società. Si tratta ovviamente, per questa via, di ricostruire innanzitutto le ragioni di questa «permanenza» dopo la sconfitta fascista del 1945. Vercelli ne indica prioritariamente tre.
PRIMA DI TUTTO, la considerazione che «come mentalità diffusa, presente in diversi strati della popolazione», il fascismo non si potesse esaurire con la fine del Ventennio o la caduta di Salò. Quindi, il tema della «continuità dello Stato», vale a dire la determinazione di «quello stesso circuito di soggetti che vent’anni prima aveva permesso l’accesso dei fascisti al potere», ad identificare nella destra radicale un possibile argine contro la presenza comunista, nell’ambito del nuovo scenario che aveva visto emergere la contrapposizione tra Est e Ovest. Da qui consegue come «nel secondo dopoguerra l’epurazione di coloro che erano compromessi con il regime mussoliniano fu prima occasionale, poi claudicante e infine venne di fatto neutralizzata». Infine, il fatto che, specie negli anni Sessanta e Settanta, il neofascismo seppe presentarsi come «blocco d’ordine», intercettando così il consenso e il sostegno di quella parte più conservatrice dell’opinione pubblica, sebbene spesso anche estranea al nostalgismo tout-court, che vide in esso uno strumento per cercare di fermare o rallentare i cambiamenti in corso nel Paese.
NELLA VASTA RICOSTRUZIONE delle traiettorie politiche e organizzative che hanno caratterizzato via via il mondo neofascista, passando, solo per citare alcuni dei capitoli più significativi della vicenda, dalla figura del «comandante» Borghese al pensiero di Evola, dalla «strategia della tensione» all’esperienza di Terza Posizione, dallo «spontaneismo armato» al percorso «metapolitico» della cosiddetta Nuova Destra culturale, Vercelli si sofferma inoltre su alcuni «nodi» tematici centrali. Da un lato, il tema del ricorso alla forza che lungi dall’essere un semplice corollario dell’esperienza neofascista, ne rappresenta «un aspetto ineludibile», attraverso l’evocazione del «valore etico della violenza come strumento di purificazione della società dal disordine generato dal decadimento imputabile ai tempi moderni».
QUINDI LA CREAZIONE di una «dimensione ideologica», di una cultura, un linguaggio e un immaginario che hanno per certi versi attraversato le generazioni, conoscendo una certa, seppur minima, dose di innovazione ma anche una continuità sorprendente, fino a riemergere dalla ridotte del neofascismo per assumere nell’attuale «stagione della crisi» visibilità e credito ben più larghi. Si pensi anche soltanto alle letture «complottiste» e identitarie dei fenomeni migratori o al ritorno in auge della geopolitica. Infine, la presenza di uno «stile neofascista», vale a dire «l’insieme di atteggiamenti, parole, pensieri, modi di vestire, luoghi d’incontro e di socializzazione» che non ha solo preservato fin qui «la comunità nera», ma si presenta oggi, specie alle giovani generazioni, come una risposta articolata alla crisi della militanza politica.
Vercelli invita perciò a «prendere sul serio» il neofascismo, vale a dire a leggerne l’intreccio e la contaminazione crescenti con il dilagante «fenomeno populista» e «sovranista», come il tentativo di costruire un nuovo radicamento dentro la crisi sociale di questi anni.
DOPO AVER RAPPRESENTATO per più di mezzo secolo un sostegno, e uno strumento anche violento per le «maggioranze silenziose», la destra radicale ambisce infatti ora «a rappresentare il territorio sociale dell’esclusione», vale a dire quelle parti della nostra società che lamentano la loro marginalizzazione dai processi di cambiamento in atto. Un percorso che si articola attraverso l’indicazione di «cause di disagio immediatamente condivisibili: immigrazione, “poteri forti”, furto del lavoro e del territorio, complotti».
La forza del radicalismo di destra, conclude lo storico, è del resto «direttamente proporzionale alla crisi della democrazia sociale. Più indietreggia la seconda, maggiori sono gli spazi per il primo, presentandosi come falsa risposta a problemi e disagi invece reali e diffusi».

(*) recensione apparsa sul quotidiano “il manifesto”

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