Nome di battaglia “Drakon”

L’Osservatorio: condividiamo la definizione di “nuovi partigiani” data dalla redazione di “Estreme Conseguenze” ai combattenti delle Brigate Internazionali impegnate contro l’ISIS e visto che il nostro sito è sempre stato dalla parte dei partigiani ,nuovi o vecchi che siano,abbiamo deciso di condividere questo articolo di Daniele De Luca,pubblicato il 6 giugno sul sito “Estreme Conseguenze”

NOME DI BATTAGLIA “DRAKON”

Marco Gelhat è il più giovane combattente italiano in Siria. È partito per entrare nelle Brigate Internazionali YPG a soli 22 anni. EstremeConseguenze sta dedicando una serie di interviste ai nuovi partigiani contro ISIS. Uomini e donne che hanno messo in conto di dedicare la propria vita alla lotta contro il sedicente califfato e che una volta tornati in Italia sono stati messi sotto osservazione da Questure e Procure.
Alcuni di loro rischiano provvedimenti restrittivi, di perdere i diritti civili, di subire un ‘confino’ sulla base di una loro presunta pericolosità sociale.

“Drakon”

Sono storie che sfuggono all’attenzione dei media mainstream e che invece EC vuole raccontare da vicino.
Incontriamo Marco in una osteria del rodigino, pianura già calda d’estate. Colpisce il suo sguardo, la sua serenità.
“Quando sono partito non ho detto niente a nessuno. Non sapeva nulla la mia famiglia, non sapevano niente i miei amici”.
È stato un bell’incontro, nome di battaglia ‘Drakon’. E dobbiamo ringraziare per questo incontro suo zio, Giuliano Giovannini.

“Era già da più di un anno che la stavo elaborando e rielaborando nella mia testa, stavo studiando i testi di Öcalan mi stavo interessando alla questione curda che ormai era scoppiata da un po’.
Pian piano a piccoli passi mi sono approcciato all’idea di partire, affascinato anche dalla guerra civile spagnola, affascinato dai racconti partigiani internazionalisti, mi hanno sempre affascinato e questo insieme di cause e concause…alla fine sono partito.
Non sono partito con l’idea di sparare, io ritengo la violenza l’extrema ratio, l’extrema ratio finale, bisogna sempre prima dialogare, ci deve essere un dialogo, l’arma deve essere sempre l’ultima “necessarietà”.
Io sono andato li per imparare, non sono andato li per insegnare, non sono andato li per autocelebrarmi o per ritrovare qualcosa che ho perso… sono andato li per imparare, sono andato li per conoscere, e sono andato li per quel poco che potessi dare, per dare qualcosa. Se dovevo stare tutto il giorno a pulire i cessi, usando un francesismo, avrei fatto questo.
Certo, la situazione di guerra impone di dover addestrarti, e di imparare a usare le armi, perché se qualcuno ti viene in casa e devi difenderti…
L’addestramento prevede sia una formazione di tipo ideologica linguistica, quindi ideologica si passa in rassegna i testi di Öcalan, si parte dai Sumeri, si passa in rassegna la mitologia, bene o male il corpus medio orientale arricchito dalla filosofia occidentale che è quella ‘Ocaliana’, quella ‘apoista’… bene o male. Si passa poi alla lingua, quindi allo studio del curdo Cumangi, e addestramento militare in fine.
Quello che mi ricordo sempre, sono sempre gli occhi dei bambini, quello che mi rimane di più, perché un bambino si ritrova in una guerra ma non la desidera, si vede le bombe cadere dal cielo però non è un gioco di scherzi, muoiono per chi, per cosa… non si domandano il perchè, non riescono a spiegarsi il motivo di quello che sta dietro a tutto ciò, magari anche assurdo.
E’ un po’ più complesso, perchè uccidere è diverso, la considero come ultima risorsa, non è…
– Non voglio chiederti se hai ucciso qualcuno, ma eri pronto a farlo, eri in guerra…
E’ che come la vedo io, è molto meccanica, nel senso… è fredda, è logica, si poi ci sono le componenti irrazionali che ti salvano la vita, quelle inconsce, però quando sei li pensi a vivere e se pensi a vivere pensi in maniera automatica, dici io non devo morire, perchè sono qui, quindi fai in modo di sopravvivere in una maniera o nell’altra, diventa molto logica, istintitiva, non saprei come definirla, però diventa molto automatizzata.
Si, mi sento solo da un certo punto di vista, però penso sempre a tutti i compagni e le compagne che combattono e che denunciano le ingiustizie ogni giorno, ma questo lo diceva anche – Zinni – lo storico nord americano, una volta in un’intervista gli dissero “ma a volte non ti senti solo con i tuoi pensieri” e lui rispose “si ogni martedì mi sento sempre un po’ solo, però poi ripenso a tutte le persone che quotidianamente sfidano le ingiustizie e le denunciano e questo mi fa sentire meglio, perchè non mi fa sentire solo”. E’ questo che mi fa sentire meno solo, perchè ci sono compagni e compagne ovunque che non sono soli ma siamo tutti uniti e diversi in una certa maniera”

Marco ha conosciuto e incontrato Lorenzo ‘Orso’ Orsetti, caduto il 18 marzo scorso. La salma di Lorenzo è finalmente rientrata in Italia, si attendono i funerali italiani, dopo che già la comunità Kurda lo ha salutato.

Lorenzo “Orso” Orsetti

“Non mi manca combattere, mi manca la gente, mi manca quell’esperimento che si sta portando avanti, questo si, combattere no!”
– Avevi conosciuto Orso?
Sì, Lorenzo, certo.
– Cosa ci puoi raccontare
Lorenzo era una persona estremamente socievole, un pazzo ma nel senso buono della parola, mi ha sempre colpito di lui il suo altruismo, era sempre sul pezzo, quando doveva mettersi in un lavoro, qualsiasi che fosse, scavare una buca si metteva al 100% li e non si spostava, stava tutto il giorno, tutto il giorno impiegato, non si abbandonava mai a se stesso, non trovava un momento di pausa, certo aveva le sue pause chiaramente, però era una persona estremamente impegnata e ligia a quello che faceva, cioè si vedeva che credeva, credeva, non in maniera acritica, in quello che faceva, perchè comunque anarchico di pensiero, leggeva Elull, era una persona acculturata, una persona che si criticava ma in una maniera formativa, sia se stesso che l’esperienza oggettiva che viveva.
– Un ricordo suo che ti porti dietro?
Ce n’è uno di cui stavo parlando con un mio compagno di Roma, eravamo a Mamic prima di partire per Afrin, lui era la che si stava fumando la sua sigaretta, e lo vedevi negli occhi che non aveva nessun tipo di remora, di paura, di timore, e lui voleva andar li perchè se lo sentiva. Non aveva nessun tipo di paura di morire, di affrontare quello in cui in credeva… si, questo mi è rimasto impresso… gli occhi, gli occhi ti dicono sempre tutto di una persona”.

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