Quando Giorgio Bocca bocciò Violante e Fini in Storia

L’Osservatorio: vogliamo anche noi celebrare la Giornata del Ricordo,ricorrenza nata nel 2004 dal voto bipartisan,di scambio,di una classe politica in cerca di alleanze tra schieramenti opposti per meglio apparecchiare la spartizione di cariche e potere,RICORDANDO lo scritto di Giorgio Bocca,che anticipando i tempi,denunciava già nel 1998 le responsabilità di chi aveva avviato il processo di revisione storica che ha portato poi a tutto ciò : Gianfranco Fini e Luciano Violante

Violante e Fini rimandati in storia

DOPO rapida ma sufficiente lettura delle dichiarazioni congiunte fatte a Trieste dal segretario di An Gianfranco Fini e dal presidente della Camera Luciano Violante, uno che sta facendo più danni alla sinistra di tutto il peggior craxismo, si dovrebbe, se avesse un senso, rimandarli a Marcel Bloch, a Fernand Braudel e a Federico Chabod per fargli capire che cosa è la storia. Ma il consiglio è del tutto inutile perché entrambi non hanno alcuna intenzione di fare la storia, a entrambi interessa unicamente tirar l’ acqua al loro mulino elettorale, si tratti per Fini delle elezioni politiche come per Violante di quelle presidenziali. Nel breve spazio di un dibattito i due hanno sciorinato i peggiori luoghi comuni demagogici e propagandistici su un periodo della nostra storia che proprio per essere stato drammatico, a volte feroce e sempre complesso meriterebbe un maggiore rispetto. Il più incauto nel suo revisionismo è stato Gianfranco Fini che non poteva ripudiare in toto le sue origini, il più sgradevole, per non dire peggio, l’ ex comunista di stampo togliattiano Violante, che nelle sue sviolinate alla concordia nazionale in pratica le origini le sta ripudiando.                               

Fini è arrivato al punto, forse per ignoranza della storia, di fare l’ elogio della X Mas del principe Borghese che sul finire della guerra civile cercò di ottenere un salvacondotto dagli alleati angloamericani offrendo le sue milizie nere per difendere Trieste da Tito. Ha detto il segretario di An: “Volevano difendere l’ onore della patria, stretti come erano tra i tedeschi e i richiami pangermanici da un lato e una Resistenza che qui assumeva connotazioni antiitaliane”. Insomma si schieravano al fianco delle Ss e del Reich annessionista per “salvare l’ onore”. Così sgraditi all’ alleato che i pochi reparti che raggiunsero Trieste furono rispediti subito alla loro poco onorifica funzione di incendiare villaggi e impiccare partigiani in Val Sesia, a Ivrea e nelle Langhe.                                                                                                                                                                           

Il già comunista Luciano Violante ha rimproverato l’ antifascismo e i suoi storici di non aver denunciato gli eccidi e gli orrori delle foibe, in cui vennero gettati dai titini non solo i fascisti ma anche coloro che potevano rappresentare una resistenza italiana alla annessione della Venezia Giulia e di parte del Friuli. Forse negli anni di quel dopoguerra l’ onorevole Luciano Violante portava ancora i pantaloni corti e non si occupava della tragedia di un paese, il nostro, che negli anni della guerra fascista aveva occupato province della Bosnia, della Dalmazia e della Slovenia reprimendo durissimamente la resistenza partigiana anche con incendi ed eccidi a danno dei civili. Questo evidentemente non giustificava gli orrori delle foibe, ma suggeriva e forse imponeva alla nostra coscienza nazionale di stendere un velo pietoso su quelle opposte ferocie. In quegli anni il governo di Tito avrebbe potuto chiedere la estradizione e il processo dei nostri generali e dei loro stati maggiori. Violante rimprovera l’ antifascismo per il silenzio sulle foibe “per ragioni di bassa convenienza”. Ci vuole una bella faccia di bronzo per uno che faceva carriera politica nel partito di Palmiro Togliatti, il vicesegretario del Comintern che anche nella questione di Trieste eseguì le direttive di Stalin e andò a trattare con Tito a Brioni. Come si possono rimandare questi due politici, che per ragioni politiche, straparlano di storia ai maestri della storia? E come possono questi due signori dire in fatto di storia delle castronerie come: “Solo quando il paese avrà una storia comune e condivisa da tutte le parti potrà nascere un autentico sentimento nazionale”? Ma questa pretesa di riscrivere la storia secondo le proprie convenienze politiche è una pratica di tutti i regimi autoritari, è la “storia sacra” che tutti i potentati, dai Savoia risorgimentali, al Duce fascista, agli autocrati sovietici o nazisti, al partito comunista in cui Violante fece la sua carriera imposero ai loro intellettuali “organici”.                                                                                                 

La storia come un embrassons nous generale? Dovremmo dimenticare i guelfi e i ghibellini, i monarchici e i repubblicani, gli aristocratici e i sanculotti, mettere nello stesso cesto Parri e Junio Valerio Borghese, i Di Dio e la banda Koch? La nostra storia è quella che è stata, non quella che farebbe comodo a uno che vorrebbe arrivare al Quirinale o a un altro che vorrebbe guidare il primo partito della destra. è davvero triste constatare che da questo penoso duetto l’ ex fascista esce meglio dell’ ex comunista.

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