Quello che Magnetta non dice

 

L’Osservatorio: da “Estreme Conseguenze” l’articolo di Raffaella Fanelli del 15 Luglio 2019. Dobbiamo ricordare che grazie agli elementi portati in evidenza nella recente inchiesta svolta da “EC” il “caso Pecorelli” è stato ufficialmente riaperto,di seguito l’intervista a Domenico Magnetta ex Avanguardia Nazionale e oggi redattore di Radio Padania

“Non ho mai avuto la pistola che uccise Mino Pecorelli”, Domenico Magnetta lo ripete come un ritornello. Una risposta ovvia e forse non inutile: “Ho sempre parlato dei fatti miei e mai di quello che riguarda gli altri. Anche nel libro scrivo solo di me. E questo dovrebbe farle capire…non è elegante insistere”. Con aria da manager, in vestito chiaro e camicia azzurra, Mimmo Magnetta arriva puntualissimo in un albergo milanese di Viale Monza, e non per la nostra intervista ma per la presentazione di “Una vita in Avanguardia Nazionale”, il libro scritto a quattro mani con Ippolito Edmondo Ferrario e pubblicato da Ritter, una casa editrice specializzata in storia militare, fascismo e nazionalsocialismo. Ad attenderlo ci sono gli amici di sempre e accanto, a ricordare gli anni della militanza, l’ex Nar Lino Guaglianone: “Non sono mai stato il cassiere dei Nar – ci dice Guaglianone –  fu un giornalista a scriverlo, avrei dovuto querelarlo”. Certo, perché le querele servono a questo: a far capire cosa scrivere e cosa no. D’altronde perché definire Lino “cassiere” o meglio “tesoriere”? Forse perché è l’unico degli ex Nar con un diploma da ragioniere?  O perché nella gestione di palestre, locali e società, il collega giornalista (per fortuna sua non querelato) ha ipotizzato un benessere di altra provenienza? Sbagliandosi, ovviamente. Perché Pasquale Guaglianone è da sempre un imprenditore. Il 23 settembre del 1982 con una cittadina svizzera costituì la Pinki che lasciò tre mesi dopo, il 29 dicembre del 1982, dopo aver designato segretario Luigi Restelli e dopo la nomina del nuovo amministratore in Salvatore Sciascia (nell’82 in Fininvest come direttore dei servizi fiscali del Gruppo e per questo condannato con Tangentopoli. Attualmente senatore di Forza Italia). Due giorni dopo la Pinki si fuse con la Gir, Gestioni immobiliari romane, azienda che il 10 dicembre del 1986 sarà a sua volta incorporata dalla Immobiliare Idra acquistata nei primi anni ‘90 da Silvio Berlusconi. Il Cavaliere di Arcore, il 26 ottobre 1981, interrogato dalla commissione parlamentare sulla P2, dichiarerà di essersi iscritto alla Loggia nei primi mesi del 1978 su invito di Licio Gelli e dirà di non sapere niente dei rapporti del Venerabile Gelli con Carmine Pecorelli. Così come dice di non sapere niente Domenico Magnetta. Perché del giornalista ucciso il 20 marzo del 1979 non sa niente nessuno. Il suo delitto è rimasto irrisolto. E l’ex leader di Avanguardia Nazionale, nonché responsabile militare, nonché scrittore, conferma ancora il suo ritornello: “Non so niente della pistola che uccise Mino Pecorelli. Non ho mai avuto armi di altri. Io ho sempre avuto le mie armi”. Ma nella santabarbara sequestrata nel 1995 a Cologno Monzese non c’erano solo le armi di Magnetta. Quindi, con certezza, ci permettiamo di scrivere che la seconda affermazione non corrisponde al vero. Per la prima possiamo solo registrarla e riportarla accanto alla dichiarazione di Vincenzo Vinciguerra: “Adriano Tilgher era preoccupato perché Domenico Magnetta lo stava ricattando. Magnetta pretendeva di essere scarcerato… minacciava di consegnare le armi che aveva avuto in deposito dal gruppo di Avanguardia nazionale. E fra quelle armi c’era la pistola usata per uccidere il giornalista Mino Pecorelli”

“NON HO MAI AVUTO ARMI DI ALTRI MA SOLO LE MIE”
Magnetta ci ricorda più volte di aver avuto soltanto le sue armi. Che “in parte – ci dice –  riconsegnò”. Affermazione condivisa, tanto da sembrare concordata, con Adriano Tilgher che in tempi non sospetti ci confermò l’episodio delle armi consegnate.
In effetti Magnetta fu l’unico neofascista che dopo quattro anni di detenzione ebbe la capacità, con un appello agli ex camerati liberi, di far eseguire, in segno di resa e di sconfitta, la consegna delle sue armi.  “Una consegna che fu fatta alla chiesa e non allo Stato”: dagli arresti domiciliari, nel dicembre del 1984, Magnetta fece recapitare al cappellano del carcere di Rebibbia, don Antonio Scardella, due revolver calibro 38 special e un mitra Thompson calibro 9. Una resa sbandierata (forse neanche mai pensata) e non mantenuta perché nel 1995, a Mimmo Magnetta, furono sequestrate altre armi, inclusa una pistola calibro 7.65 Beretta, dello stesso calibro di quella utilizzata per uccidere Mino Pecorelli. Armi occultate in un’auto furgonata parcheggiata in viale Toscana a Cologno Monzese nei pressi dell’abitazione della sorella di Magnetta. Le indagini portarono a tal Giuseppe Leone, ultimo a pagare il bollo di circolazione di quell’auto zeppa di armi e a una denuncia di due anni prima firmata dalla convivente del Leone. Un verbale interessante che Magnetta ricorderà sicuramente. Prima di riportarlo però crediamo sia doveroso rievocare le prodezze dell’amico di Mimmo Magnetta, il buon Giuseppe Leone, per gli affezionati “Pino”. 52 anni, originario di Napoli, Giuseppe Leone muore il 16 giugno 1993 nel corso di un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine nel centro di Padova, durante un tentativo di rapina a un’agenzia della Banca Popolare Veneta. Fu raggiunto da una raffica di mitraglietta, dopo il lancio di una bomba a mano, scagliata nell’intento di aprirsi una via di fuga. L’ordigno ferì a un occhio un agente di polizia. Si scoprì che la banda, composta da almeno cinque elementi, tutti residenti a Milano, aveva in dotazione un intero arsenale e si era già resa protagonista di una serie di rapine tra il Veneto e la Lombardia. All’Ambroveneto di Fino Mornasco, in provincia di Como, il colpo aveva fruttato un bottino di due miliardi di lire tra contanti e preziosi. Leone e la sua banda avevano aperto e svaligiato tutte le cassette di sicurezza dell’istituto di credito, compresa quella che conteneva i gioielli della famiglia di Stefano Casiraghi, il defunto marito di Carolina di Monaco. Dopo la morte sul campo, la convivente di Pino ricevette la visita di un amico del de cuius: “Appena entrato nell’appartamento, Mimmo, alla presenza mia, di mia sorella Katia, di mia madre e di mio fratello Paolo, disse che se non tornavano agli amici di Pino i timbri e le divise, le armi, i documenti nascosti nella casa di Bergamo, e che lui non aveva più trovato, loro non ci avrebbero messo molto a venire ad ammazzarci in quanto loro non si facevano problemi per questo. Quando diceva “loro” Mimmo lasciava chiaramente intendere che si riferiva a lui e agli altri amici di Pino. Il Mimmo diceva che se tutto il materiale non fosse tornato nell’appartamento di Bergamo lui sarebbe tornato unitamente agli amici…”. In quel “materiale” c’erano le armi che poi saranno sequestrate nel 1995 a Cologno Monzese. Le armi che Mimmo va a riprendersi, è chiaro, appartengono a un gruppo. “Non ho mai detenuto le armi di Avanguardia Nazionale. Ho sempre avuto le mie armi, soltanto quelle”. E noi che abbiamo visto quel verbale e ascoltato quella donna lo guardiamo in cerca di qualcosa, di un gesto, di un’espressione…ma il ritornello torna, ancora più scellerato e arrogante: “Nelle armi che mi hanno sequestrato nel 1995 non c’era la pistola che uccise il giornalista e la perizia lo confermerà”. Una perizia che faranno sui reperti dell’omicidio Pecorelli e quei reperti sono stati manomessi. I bossoli sono stati sostituiti…   “Che ci posso fare. Archivieranno. Mi dispiace per Rosita Pecorelli”.
E’ stato interrogato dopo la riapertura dell’inchiesta?
“Nessuno mi ha convocato. Neanche in passato mi hanno mai chiesto di quella dichiarazione di Vinciguerra”.
Ma se uno dei Nar le avesse dato in custodia la pistola usata per uccidere Pecorelli, lei l’avrebbe presa?
“No”
Se un amico… non Carminati… ma un altro dei Nar
“Ripeto: io ho sempre avuto le mie armi e non avrei preso niente. Non ho mai fatto il depositario di armi. Sono stato un combattente che si è dotato di armi e che quando è stato necessario le ha usate”.
Un combattente accusato di essere il responsabile militare di Avanguardia Nazionale. Eppure Magnetta nega di aver custodito l’arsenale del gruppo. Mai, dice, avrebbe preso armi da altri. Però le avrebbe chieste. A Valerio Fioravanti:  “Magnetta si presentò a casa mia, a Monteverde, insieme a un certo Marco Ballan – dichiara l’ex capo dei Nar –  Dissero che facevano parte di una grande organizzazione e che volevano farmi conoscere il grande capo del fascismo mondiale e che se avessi consegnato a loro i soldi e le armi che avevamo, avremmo ottenuto in cambio molti vantaggi a partire da un’assistenza logistica in caso di latitanza o di problemi giudiziari”.
Qualcosa non torna. Ma “non è elegante insistere”.
Domenico Magnetta ricorda il suo periodo di detenzione e la promessa del gruppo per il quale se uno di loro fosse stato arrestato l’organizzazione avrebbe dovuto aiutarlo. “Non chiesi a Tilgher di evadere, mandai fuori un messaggio per vie trasverse, all’epoca si poteva fare. Non avevo bisogno di un commando, mi sarebbero bastati un coltello e una macchina”. Qualcosa non torna. A pagina 153 di “Una vita in Avanguardia Nazionale”, Domenico Magnetta scrive: “L’odio per Tilgher risale al periodo di detenzione nel carcere di Spoleto, nel 1981 (e se le date hanno un senso va ricordato che Vinciguerra, nel suo verbale, fa riferimento a un colloquio in carcere con Tilgher risalente a quel periodo)…  Dopo cinque mesi di detenzione fui ricoverato d’urgenza all’ospedale civile per un piccolo intervento chirurgico, piantonato da due poliziotti (…). Non pretendevo alcun tipo di operazione particolare, me la sarei sbrigata io con i due agenti. Invece mi fu riferito che Tilgher e altri di Avanguardia nazionale suggerivano di starmene buono dove mi trovavo. Perché a breve mi avrebbero dato i domiciliari. E che non valeva la pena tentare una fuga (…) Mi sentii tradito e abbandonato”.
E comunque quei domiciliari arrivarono, delusione e tradimento (e non ricatto, sia mai) a parte.
Stefano Delle Chiaie aveva organizzato l’evasione di Peppe Dimitri…
“E’ Walter Sordi a dirlo, in un suo verbale ma Delle Chiaie non aveva organizzato l’evasione di nessuno, né la mia né quella di Dimitri”.
Eppure c’è una lettera che Stefano Delle Chiaie, all’epoca latitante, invia a Peppe Dimitri in carcere, promettendo un’evasione da effettuarsi con un elicottero, e Avanguardia all’epoca poteva disporre di un elicotterista francese. La lettera è firmata col nome di Alfredo.
E’ possibile che qualcuno della destra sia stato utilizzato da una qualche organizzazione? Non mi riferisco a lei, Magnetta, ma a qualcun altro, magari a un Nar..
“Nel periodo di unificazione tra Avanguardia e Ordine Nuovo Marco Ballan mi disse di andare in stazione Centrale a Milano per incontrare una persona davanti al transatlantico, un modello posto in una teca di cristallo al primo piano, oggi non c’è più ma una volta era un punto di incontro. Ad aspettarmi c’era Marco Affatigato. Si presentò con una borsa da cui estrasse una busta. Mi disse che al suo interno c’erano cinquanta milioni di vecchie lire, soldi che provenivano dal Maestro che poi ci avrebbe chiesto di fare alcune cose. Lì per lì non capii che per Maestro intendeva Licio Gelli. Questo lo compresi in un secondo tempo. Comunque, visto che avevo poteri decisionali e non mi interessava avere altri maestri gli dissi di rimettere tutto nella borsa e di andarsene.  Non so se questa sua missione a Milano fu commissionata da ordine Nuovo o da altri soggetti”.
Lei rifiutò l’offerta ma qualcun altro potrebbe averla accettata?
“E che ne so”.

LA PISTOLA CHE UCCISE PECORELLI
Il 15 marzo 1979, per commemorare il primo anniversario della morte di Franco Anselmi (ucciso un anno prima durante la rapina all’armeria Centofanti, a Roma) i Nar rapinano l’armeria Omnia Sport, sita in pieno centro, in via IV Novembre, a due passi dalla Questura di piazza Venezia e portano via una sessantina di pistole, quindici carabine e diverse munizioni. L’azione viene organizzata dai Nar, ma vede anche la partecipazione di personaggi di provenienza diversa. In quattro entrano in azione all’interno dell’armeria (Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, Alessandro Alibrandi e Livio Lai), mentre in sei restano all’esterno con compiti di copertura (tra cui Giuseppe Dimitri, Gabriele De Francisci, Massimo Morsello e Paolo Lucci Chiarissi).
Lei partecipò alla rapina all’Omnia Sport?
“Partecipò Dimitri, si vestì da carabiniere…io no”.
Pecorelli fu ucciso cinque giorni dopo, e dall’Omnia Sport furono portate via pistole dello stesso calibro di quella usata per l’omicidio del giornalista.  Quelle armi finirono nel deposito di Avanguardia nazionale, in una cantina di via Alessandria, messa a disposizione da Dimitri subito dopo l’arresto di Valerio Fioravanti. Il 5 dicembre del 1979 un commando guidato da Dario Pedretti, all’epoca dirigente romano del Fuan, assaltò una gioielleria in via Rattazzi. Le cose si complicarono, Pedretti fu arrestato e le sue armi sequestrate: aveva un mitra M3 “Grease Gun” americano, preso in prestito da Dimitri che lo aveva prelevato dall’arsenale comune. Quelle armi, secondo Fioravanti, non andavano toccate. Tanto che decise insieme al fratello Cristiano di uccidere Dimitri. Una decisione che non avrà seguito. E Dimitri morirà nel 2006 per un incidente d’auto. Qualche giorno dopo la rapina di Pedretti, anche Peppe Dimitri fu arrestato: lo fermarono mentre cercava di portare via le armi dal covo di via Alessandria.
Delle nuove indagini sull’omicidio Pecorelli si sa ben poco: che non ci sono stati interrogatori, che non ci sono state perizie, che è stata sostituita la pm inizialmente incaricata. Non è dato sapere se avesse chiesto, prima del suo trasferimento, notizie delle armi rapinate all’Omnia Sport. Sarebbe interessante verificare la provenienza dell’arsenale sequestrato a Cologno Monzese nel 1995, sotto casa della sorella di Magnetta. Mimmo ci ha detto di conoscerla: “di certo non vengo a dirlo a te”. Quindi è inutile sperare in un’altra domanda. Ma noi che eleganti non siamo, la facciamo lo stesso, a lui ad Adriano Tilgher e a Stefano Delle Chiaie: i fratelli Dante ed Eugenio Saccà erano in contatto con Avanguardia Nazionale?

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