Storia di Ordine Nuovo

dalla recensione di Giovanni Iozzoli

al libro “Storia di Ordine Nuovo”di Aldo Giannuli e Elia Rosati, Mimesis, Milano-Udine

Questo libro ha il valore di una testimonianza storica – rigorosa, fondata sullo studio di una ricca documentazione a cui Aldo Giannuli ha avuto accesso negli anni, in qualità di consulente della Commissione stragi, oltre che di diverse Procure impegnate in inchieste sul terrorismo nero. Ed è attraverso i documenti degli archivi di Stato che si cerca di raccontare la parabola di Ordine Nuovo, il gruppo che si è guadagnato la più fosca autorevolezza, nella storia del neofascismo italiano.
Quella di lasciar parlare le carte desecretate, custodite nei faldoni più oscuri della memoria repubblicana, non è una scelta arbitraria da parte degli autori: sta a significare che si può riscrivere la storia di quest’area, solo rileggendo in controluce la fitta trama dei suoi rapporti con istituzioni e apparati. Regimi stranieri, Ministero dell’Interno, Forze Armate, servizi di sicurezza: ON non fu mai davvero “infiltrata”, quanto consapevolmente e volontariamente organica a quei mondi. E se tra le sue fila si conteranno molti dirigenti a libro paga dei servizi – e diversi bombaroli e mercenari –, non sarà per caso, ma per coerenza alle ideologie, ai programmi e ai finanziatori del neofascismo italiano. Un capitolo finale viene dedicato alla Weltanschauung del gruppo, una formazione che vantava suggestioni iniziatico-militari, che amava descrivere se stessa come élite politica, che fu permeabile più di altri alle influenza evoliane e naziste. Ma il taglio e l’impostazione che vengono dati dagli autori a questo lavoro, non lascia spazio ad equivoci: ideologie, estetica e mitologia, vengono “dopo” – non sono l’essenza o la chiave per rileggere una storia sporca e complessa, che si colloca dentro la contesa geopolitica di quei decenni, più che nel regno dello Spirito.
La storia di ON comincia nel 1956, con la scissione di una ottantina di quadri dal Movimento Sociale Italiano, partito che Michelini guida fermamente puntando a rafforzare un orientamento filo-atlantico e una prospettiva di inserimento della destra dentro i giochi politici. I fuoriusciti, guidati dal giovane Pino Rauti, si oppongono alla leadership missina che considerano garante di una “deriva moderata”: nasce così il Centro Studi Ordine Nuovo. In patria il nuovo gruppo gode di poco seguito – i micheliniani reggono alla scissione – e, almeno fino al 1959, anche di scarse risorse. Gli ordinovisti hanno però solida fama di coerenza ideologica e questo permette loro di coltivare i rapporti con Evola e con il milieu nazifascista europeo. Sarà proprio grazie alle relazioni con l’Internazionale Nera – in particolare con Jeune Europe e con l’OAS francese – che ON comincia ad accreditarsi verso le alte sfere dell’anticomunismo internazionale: «Il salto di qualità nella storia di ON sarà rappresentato, infatti, proprio dalla collaborazione con l’OAS, per conto del quale il gruppo italiano svolgerà azioni terroristiche, traffico di armi ed altro» (p.12). E questi rapporti internazionali apriranno porte importanti anche in Patria: «Fu in questo modo che un gruppo di dirigenti e fiancheggiatori del gruppo Giannettini-Ragno e lo stesso Rauti, entrò in contatto con il capo di Stato Maggiore Gen. Aloja che li introduceva, fra il 1961 e il 1964, nel Sifar» (pag.12)
È in questa fase, con l’inserimento nel traffico d’armi internazionali e con le relazioni sempre più strette con apparati di Stato e le FFAA, che ON comincia anche ad articolare la sua struttura, dotandosi di solide branche militari, con organizzazioni parallele finanziate e protette. Sarà nel rapporto con la Spagna franchista, che ON rafforzerà il suo apparato logistico ed ideologico.                                                                          Un breve richiamo storico risulta utile: il salazarismo a Lisbona, il franchismo a Madrid e, più tardi, il regime dei colonnelli ad Atene, costituiscono in quei decenni una cintura fascista che stringe al cuore il Mediterraneo. L’Italia è circondata e influenzata da questa rete di forze sovranazionali che rappresentano anche il fronte sud-occidentale, della guerra ideologica e politica al blocco socialista e al movimento operaio. Al neo fascismo italiano basta attraversare un paio di frontiere o un tratto di mare, per trovare protezioni, rifugi, armi e risorse. Sono i servizi segreti – soprattutto spagnoli – a prendersi in carico questa missione di raccordo europeo delle forze anticomuniste: «I rapporti fra ON ed i servizi spagnoli non furono una casualità, ma la conseguenza logica dell’attenzione degli spagnoli per tutto quello che si muoveva sul terreno della “controinsorgenza” e della loro riconosciuta competenza in proposito» (p. 24).
La Spagna quindi, come laboratorio controrivoluzionario che fin dagli anni ’30, fornisce indicazioni preziose per ogni azione di contrasto alle forze popolari e che dal 1940 punisce il crimine di “attività comuniste” (legge rimasta in auge fino al 1977): «La guerra civile spagnola anticipò diverse soluzioni che si riproporranno nei piani di controinsorgenza degli anni 60. Infatti, nei ristretti ambienti dell’intelligence occidentale e di qui ai settori politici che avevano accesso alle loro informazioni – gli spagnoli godevano di grande considerazione in materia di guerra psicologica e guerra non ortodossa» (p. 24).
Ma in patria, il quadro dello scontro politico è altrettanto aspro che su scala internazionale. Il neocapitalismo e lo sviluppo industriale rafforzano il movimento operaio e danno al PCI un peso politico nella società italiana anche superiore a quello elettorale, pure ingente. È in questo quadro di rapporti assi torbidi, che si elaborano i progetti di Guerra Controrivoluzionaria, in cui ON fu lo snodo tra istituzioni e milizie civili: l’idea e i programmi operativi secondo cui la lotta contro il comunismo e il movimento operaio andava condotta non solo attraverso le dimensioni propriamente statuali e militari, ma anche sulla base dell’iniziativa armata dal basso. Da questo crogiuolo di suggestioni e progetti, nacquero la rete Stay Behind e i più misteriosi Nuclei difesa dello Stato, strutture in cui, quasi senza soluzione di continuità, militanti e dirigenti dell’estrema destra passarono da un livello all’altro, senza la minima remora ideologica:
In sostanza erano formati da persone che si erano tenute sempre in contatto con l’esercito, come ex sottufficiali, ex carabinieri, ex combattenti delle varie armi e costituivano piccoli plotoni che facevano addestramento anche con militari in servizio. Erano piccole unità capaci anche di essere indipendenti l’una dall’altra, secondo le tecniche di un certo tipo di difesa. Fra loro si conoscevano solo i capigruppo. L’esistenza di questa struttura in sostanza semiufficiale era pienamente nota alle autorità militari… Il suo fine era la difesa del territorio in caso di invasione e , se necessario, aveva anche compiti antinsurrezionali in caso di sommosse da parte dei comunisti. In sostanza queste strutture seguivano la linea ortodossa della Nato. Era sicuramente presente in Veneto in forze, in Alto Adige e in Valtellina, ove ad essa facevano riferimento le persone del gruppo Fumagalli… a Verona il responsabile… era il colonnello Spiazzi… La finalità della struttura era certamente quella di fare un colpo di Stato all’interno di una situazione che prevedeva attentati dimostrativi, preferibilmente senza vittime, al fine di spingere la popolazione a richiedere o ad accettare un governo forte. Ovviamente, in un attentato potevano esserci vittime casuali, ma questo, secondo chi dirigeva la struttura, era un prezzo che, in uno scontro così grosso per il nostro paese, si poteva pagare (deposizione di Carlo Di Gilio, p. 43)
Ordine Nuovo sarà la camera di compensazione in cui queste esigenze eversive troveranno spesso raccordo. Nello sforzo di rafforzare ed estendere questa intricata rete che teneva insieme militanza politica, presidio militare e servizi di sicurezza, l’attività degli ordinovisti fu infaticabile: nel libro ritorna spesso la memoria del famigerato Istituto Pollio, del quale Rauti e altri dirigenti di ON saranno tra i promotori. Ai dibattiti pubblici dell’Istituto, parteciperanno, seduti fianco a fianco, alte gerarchie delle Forze Armate, onorevoli missini, diversi direttori di quotidiani di area moderata, i vertici del Sifar, pezzi di Confindustria (generosi finanziatori, come l’armatore Costa). La campagna controinsurrezionale è già diventata il terreno comune che tiene insieme tutte queste forze. Come nella migliore tradizione italiana, però, le élite praticavano anche una guerra tra bande, dentro il fronte anticomunista, in particolare tra settori di Forze Armate più schierate e “interventiste”, rispetto alle effervescenze della società italiana; i comandi più prudentemente neutralisti e le strutture del Ministero dell’Interno – come il famigerato Ufficio Affari Riservati. Ordine Nuovo, e in particolare Pino Rauti, si alimentano di queste contraddizioni, tenendo sempre attiva una sequela di iniziative provocatorie, grandi e piccole.
Sul piano ideologico è nei primi anni 60 che dentro ON matura la svolta pienamente “occidentalista”. Ci si potrebbe chiedere, infatti: come potevano formazioni che celebravano il culto delle SS o delle “brigate nere”, zeppe di ex combattenti repubblichini e sature di retorica sul “riscatto della Patria tradita”, ritrovarsi solo pochi anni dopo, con tanta disinvoltura, a ricevere soldi e orientamento politico da parte degli ex nemici?
I movimenti fascisti e nazisti nati dopo il 1945, nella maggior parte dei casi, avevano mantenuto la contemporanea opposizione sia contro gli angloamericani che contro i sovietici… Già nella prima metà degli anni cinquanta, tuttavia, iniziava un avvicinamento tra neo-fascisti ed anticomunismo bianco. Infatti, per l’estrema destra si trattava di rompere l’accerchiamento, accettando realisticamente la sconfitta, per reinserirsi nel gioco politico. Per “l’anticomunismo bianco” la spinta veniva dal bisogno di recuperare un’area militante, disposta anche allo scontro fisico con le sinistre (p. 82)
Per potersi avvicinare agli Usa, si modificava lo statuto valoriale del neo-fascismo, si tralasciavano elementi fondanti della sua memoria di guerra, si costruiva una nuova ideologia “occidentalista”: «Per gli ideologici occidentalisti il contrasto fra occidente e comunismo non era da intendersi come confronto di natura sociale ed ideologica, ma come scontro fra modelli di civiltà irriducibili l’uno all’altro» (p. 87).
Da qui in avanti, ogni velleitaria terza via vagheggiata tra capitalismo e comunismo, ogni europeismo tradizionalista, ogni ostilità all’imperialismo americano, cessano di esistere o si limitano a esercitare solo funzioni di facciata, di agitazione, di collante ideale per le basi militanti: l’Occidente – inteso come concetto né geografico né meramente politico, ma come avamposto di civiltà contro i popoli gialli e neri, in pericolosa rivolta anticoloniale – sarà il bastione della destra radicale, in Italia e in Europa. Gli Usa e la Nato troveranno a loro disposizione una massa critica di uomini, armi, organizzazioni e quadri politici, da poter manovrare senza remore sullo scenario italiano.
Tra l’altro, dopo i fatti di Genova del luglio 60, la strategia micheliniana di approccio alla DC e di inserimento della destra italiana nel gioco politico, risulta ridimensionata. Ci si avvia alla stagione del centro sinistra. Gli apparati militari e le strutture di influenza americane in Italia entrano in fibrillazione. La critica “da destra” del Msi e la rottura rautiana con quel partito, non hanno più ragioni così forti da esibire. E del resto tra i gruppi come Ordine Nuovo e il Movimento Sociale Italiano, non si edificarono mai barriere e rigide divisioni: personalità, giornali, sedi, fonti di finanziamento, potevano attraversare labili confini di organizzazione o denominazione, continuando, più o meno, a praticare le medesime politiche (a differenza da quanto avvenne nel PCI che, già dopo il 68, eresse un muro invalicabile alla sua sinistra).
Nel 1969 Giorgio Almirante subentra al vecchio Michelini, deceduto per malattia:
con l’elezione di Almirante, la situazione mutava radicalmente ed il MSI registrava una improvvisa frustata attivistica. Già dopo pochi giorni l’elezione, Almirante, in concomitanza con la scissione socialista e con la crisi di governo, chiamava la destra alla mobilitazione di piazza… La creazione di una piazza di destra, è il primo necessario presupposto per calamitare anche i consensi di quel ceto medio impaurito dalla mobilitazione sindacale dell’autunno caldo e pronto a voltare le spalle a DC e PLI in favore di un più deciso antagonista della sinistra (p. 103).
In considerazione di questa svolta missina, la tentazione di rientrare nel MSI diventa, anche dentro ON, più pressante. La contestazione giovanile e l’autunno operaio rappresentano una scossa per la destra italiana. Tra l’altro ON, nonostante i suoi finanziatori internazionali, continua ad avere accesso a risorse troppo limitate; l’ultima velleità di trasformarsi in vero e proprio partito nazionale, è affidata a Confindustria:
Così nella primavera del 1966 ON cercava di risolvere definitivamente i suoi problemi incontrandosi con il Presidente di Confindustria. E, infatti, nel settembre di quell’anno, uno speranzoso Rauti annunciava al direttorio dell’organizzazione: i problemi finanziari di Ordine Nuovo potranno essere totalmente risolti alla fine del corrente anno o nei primi mesi del 1967 dato che sono attualmente ben avviati, con prospettive di soluzioni favorevoli, numerosi contatti e trattative con ambienti industriali italiani (p. 104).
Trattative che evidentemente non andarono nella direzione sperata. Nell’autunno del 1969 la maggioranza di ON decide il rientro alla casa madre missina. Si dice che Rauti, perorando questa decisione nel dibattito interno al gruppo dirigente ordinovista, parlasse della necessita di “aprire l’ombrello”: il partito di Almirante offriva un riparo e qualche margine di copertura politica, davanti alla durissima stagione delle stragi e dello scontro sociale che si andava ad aprire nel paese. La maggior parte del radicalismo neofascista rientrò, più o meno ufficialmente, nel MSI e questo rafforzava anche il partito e quella “destra di piazza” a cui spetterà il compito di contrastare nei territori, nei luoghi di lavoro e nelle strade, l’iniziativa di classe:
la nuova politica musclè dell’MSI almirantiano, trovava calorosi apprezzamenti nel mondo imprenditoriale scosso dalla virulenza dell’autunno sindacale. E così, le esangui casse del’MSI iniziarono ben presto a rifiorire grazie alle cospicue donazioni dell’Assolombarda ma anche dei grandi enti di Stato quali l’Iri e l’Eni, pur se a prezzo di qualche risentimento da parte di amici tradizionali del partito, come i petrolieri privati. D’altro canto, Almirante saprà giocare molto spregiudicatamente tra vecchi e nuovi sostenitori, fra capitale pubblico e privato, trovando fertile occasione di inserimento nelle vicende della Montedison, Bastogi e Sir. Requisito essenziale della fortunata ricetta almirantiana, restava il sapiente dosaggio tra manganello e doppiopetto – secondo una espressione coerente del tempo (p. 125).
Il Centro Studi Ordine Nuovo cessa di esistere, Rauti diventa un onorevole missino e solo una fronda minoritaria persiste nell’extraparlamentarismo, appellandosi come Movimento Politico Ordine Nuovo – vicende convulse tra aree che si sovrapponevano, cooperavano, si facevano concorrenza, sempre all’ombra dei poteri forti che ne garantivano l’agibilità politica e il supporto finanziario a cui contribuiva, ancora fino alla metà dei settanta, il traffico d’armi internazionale:
Come si sa, la produzione e il commercio di delle armi sono sempre assoggettati a particolari misure di sorveglianza:… L’attività di compravendita è soggetta ad una complessa serie di autorizzazioni e controlli cui non restano certo estranei i servizi di sicurezza. È dunque inevitabile che, svolgendo intermediazione in quel settore, si venga in contatto con gli apparati di intelligence e questo rimanda ad un’altra caratteristica della storia di ON: il costante rapporto con i servizi segreti e l’altissimo numero di collaboratori, informatori e confidenti più o meno occasionali presenti tanto nel gruppo dirigente nazionale, quanto nelle sedi locali e nell’ambiente più prossimo (p. 143).
Un paragrafo a parte merita Franco Freda, figura di riferimento (ancora oggi) del milieu nazifascista. Non un militante di Ordine Nuovo, in senso stretto, ma sicuramente molto vicino ai suoi vertici. Nel 2005 una sentenza della Cassazione stabilirà definitivamente la responsabilità di Freda in ordine alla strage milanese, organizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’ambito di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura» (entrambi non perseguibili perché già processati e assolti per lo stesso reato). Anche qui, grande “mobilita’” delle sigle e delle appartenenze, ma ferrea unità nel perseguire la via della “Guerra controrivoluzionaria” di cui la strategia della tensione fu il capitolo propriamente italiano.
Con il 12 dicembre 1969 si comincia a sgranare il rosario dello stragismo, nel quale l’ambiente di Ordine Nuovo – formalmente disciolto ma assolutamente operativo nella guerra sporca lanciata contro le sinistre – si distinguerà senza remore: sono ordinovisti gli autori della strage di Peteano del maggio 72; è vicinissimo ad ON il gruppo milanese della Fenice, coinvolto in più di un attentato; ebbe rapporti con ON anche Bertoli, sedicente anarchico, attentatore alla questura di Milano; è ordinovista Carlo Maria Maggi, condannato in via definitiva per la strage di Brescia.
Le vicende successive alla confluenza di ON dentro il Msi, alla creazione del MPON e infine alla nascita di Ordine Nero, raccontano la solita trama di sigle, scioglimenti e autoscioglimenti – rapporti da retrobottega da cui viene forte odore di zolfo, caserme e nitroglicerina. La caduta del Muro di Berlino e la sconfitta di parte operaia che, tra gli ’80 e i ’90, disegna nuovi equilibri in Italia e in Europa, vedono l’estrema destra cambiare e adattarsi alla mutevolezza dei tempi. Anche il mondo degli “apparati riservati” riadatta le sue funzioni, in epoca post-guerra fredda.
In mezzo a questi terremoti, Pino Rauti sopravvive come una salamandra, collezionando rinvii a giudizi e schivando sentenze. Faro morale della destra sociale, diventerà anche segretario del MSI nel 1990, cercando di promuoverne una improbabile svolta movimentista. Ma la strada dei missini, alla fine del secolo, si presenta decisamente in discesa: basta attendere il passaggio del cadavere della prima Repubblica, un paio d’anni dopo, per cominciare a prepararsi all’ingresso nella stanza dei bottoni. Molto personale politico passato da Ordine Nuovo si ritroverà a sedere nel Parlamento della seconda Repubblica, così come fu per la prima.
La parte finale del volume, a cura di Elia Rosati, si occupa del variegato bagaglio di suggestioni filosofiche e ideologiche che ON porterà in dote al dibattito dentro la destra italiana. Si ricorda la tensione ideale verso Evola e il nazionalsocialismo, la continuità con la memoria repubblichina (che pure Evola non esaltava), l’idea di Europa e Tradizione, contrapposte alla modernità decadente nelle sue due varianti – quella yankee e quella bolscevica. Tutto materiale interessante, ma collocato nel libro in una posizione indiscutibilmente “da appendice”: come a dire, nella vicenda di Ordine Nuovo, l’essenza della storia va cercata nel suo essere consapevole strumento del terrorismo di Stato. La mitopoiesi del “soldato politico” in lotta contro la “barbarie materialista”, è parte di una narrazione precocemente usurata: mai come nella destra radicale italiana idealità e prassi si scindono brutalmente e le ragioni del neo-fascismo si piegheranno docilmente alle esigenze di realpolitik dei mandanti e dei finanziatori – lasciando dietro di sé libri bislacchi, documenti pomposi, declamazioni di “sovversivismo esistenziale” e una gran massa di documentazione compromettente, a cui Aldo Giannulli ha avuto il merito di attingere con metodo e pazienza.
Si discute molto, oggi, di una presunta rinascita dell’estrema destra. Troppo complesso affrontare in questa sede la questione – e ovviamente, il libro non se ne occupa. Di fascisti in giro, in questo paese, ce ne sono sempre stati tanti. Diciamo che quelli all’opera oggi sembrano piuttosto cambiati: anziché “cavalcare la tigre” preferiscono cavalcare la protesta contro i campi rom, un po’ più agevole ed elettoralmente redditizia, rispetto alla titanica “lotta alla Modernità”. Giri vorticosi di società, merchandising, corsa ai talk show. A vederli tutti compunti a raccogliere firme contro un centro di prima accoglienza, mettono un po’ di tristezza: confermano una sorta di generale ridimensionamento delle velleità ideologiche – anche delle più ignobili –, tipica di questi tempi grami. Se questi tardi epigoni cominciassero a leggere libri come questo, forse conoscerebbero meglio le radici – marce – della storia che pretendono di rappresentare e reiterare oggi.
Mentre chiudo queste brevi note, le agenzie internazionali diffondono una notizia inquietante: l’Imam di Ripoll, Abdelbaky Es Satty, indicato come mente e organizzatore del nucleo jhiadista autore della strage di Barcellona, era ufficialmente in rapporto con i servizi segreti di Madrid. Non è il primo e non sarà l’ultimo, di quel mondo. L’impressione è di una tremenda coazione a ripetere. Pur nel profondo cambiamento di forze e contesti, mercenari, imbecilli e infiltrati, continuano a rappresentare un’arma persistente ed inossidabile della scontro geo-politico in atto. E i corpi delle persone comuni, diventano, di regola, terreno di battaglia: una storia che noi in Italia conosciamo bene.

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