Sull’ideologia fascista

Nelle varie forme del dominio della borghesia un posto storicamente rilevante lo ha avuto l’ideologia fascista, soprattutto nella prima metà del secolo scorso, purtroppo notiamo rigurgiti dei valori di estrema destra anche ai giorni nostri, nonostante la convinzione diffusa che tali disvalori fossero ormai sepolti nella latrina della storia umana.
Non è così, è probabile che la crisi economica, il liberismo selvaggio e la agonia della democrazia parlamentare abbiano di fatto riaperto le porte a convinzioni che vedono il recupero di concetti di rifugio personale e sociale spazzati via dalle coscienze nella seconda metà del secolo scorso.
In effetti se leggiamo le idee portanti ai tempi della nascita dei movimento fascista e nazional-socialista, ci accorgiamo di analogie in parecchi movimenti politici attuali.
Lo storico tedesco Reinhard Kühnl definisce sei caratteristiche costanti del fascismo e del nazional-socialismo:
1 – L’ideologia della comunità sia essa popolare, nazionale o etnica allo scopo di definire gli interessi della classe dominante come valori per l’intera collettività, combattere i contrasti sociali, le divergenze politiche e ideologiche per costruire un blocco omogeneo in tutti gli ambiti del sociale, dal concetto di nazione, a quello del lavoro, dalla cultura all’arte. Qualsiasi critica, opposizione, pensiero non uniforme a quello dominante è considerato disgregante, negativo e distruttivo e come tale deve essere combattuto con ogni mezzo. E’ l’idea della società unica e indivisa basata sui legami della terra e del sangue. La forma più estrema di questo sentimento di appartenenza reciproca è il razzismo, essere di “razza superiore” se non addirittura “eletta” fornisce anche al più povero l’idea di far parte del progetto di emancipazione nazionale nei confronti dell’altro, qualunque esso sia, diverso per razza, religione, orientamenti sessuali, aspetto e salute fisica. Questa demagogia confonde i più deboli dai loro veri nemici, in genere le classi dominanti, per indirizzare il rancore e la rabbia per la propria condizione sociale verso i “diversi” e in genere i più deboli.
2 – Il culto del capo. La necessità di una figura unica di riferimento è conseguente all’ideologia della comunità, per costruire lo Stato forte, invincibile e incriticabile, il principio dell’autorità e dell’obbedienza è fondamentale, anzi tutta la società deve adeguarsi al rispetto del comando e dell’autorità, quello del padre nella famiglia, dell’insegnante, del padrone, dei superiori nell’amministrazione pubblica. E’ il modello delle forze armate, chi è sopra comanda chi è sotto obbedisce e tace.
Un sistema basato sull’umiliazione masochista verso i superiori e sull’oppressione sadica verso i sottoposti.
La fiducia nel capo è essenziale per il funzionamento del sistema, se in altri tempi esso veniva definito come scelto da Dio, o Dio egli stesso, nelle dittature di ogni tipo l’infallibilità del Dittatore è qualità indispensabile per il mantenimento del regime.
3 – La difesa della proprietà privata è la terza caratteristica del fascismo, e come tale completamente interna all’ideologia borghese. Negli esordi del fascismo veniva privilegiata quella dei piccoli proprietari: commercianti, agricoltori, piccoli artigiani; in primo luogo per distinguersi dalla classe operaia, in genere dalla grande massa dei lavoratori dipendenti, anche se le condizioni economiche non erano molto diverse in alcuni casi dai “nullatenenti”.
Il fascismo ha creato il fronte compatto dei proprietari, al di fuori della effettiva misura della proprietà, da chi possedeva un fazzoletto di terra alle immense distese dei latifondisti, da chi aveva un piccolo negozio artigiano alla proprietario della grande industria. Tutti uniti contro le rivendicazioni sociali ed operaie e contro le loro organizzazioni di rappresentanza.
Ovviamente chi traeva i più grandi benefici dalla messa fuorilegge di partiti e sindacati erano le grandi proprietà agricole e industriali, l’eliminazione del conflitto sociale ampliava di molto i limiti dello sfruttamento e del conseguente guadagno.
Ma il sentirsi parte della classe dominante, anche se si raccoglievano solo le briciole, faceva inorgoglire la piccola e media borghesia per essere diversi e privilegiati rispetto alle classi proletarie.
4 – L’anticapitalismo. Altra caratteristica ricorrente è quella dell’anticapitalismo almeno nelle teorie originali del fascismo, la parte “socialista” spesso richiamata anche nel nome delle organizzazioni reazionarie del secolo scorso.
Ovviamente un socialismo non certo radicale vista la posizione intransigente sulla proprietà privata, ma che aveva alla sua base la giustificata paura dei piccoli proprietari di venire schiacciati dal grande capitale e defraudati e ricattati dalle banche. Non era raro incontrare nei primi programmi fascisti, tendenze contro il grande capitale auspicando una economia basata essenzialmente sui piccoli produttori e commercianti al riparo dalla concorrenza delle grandi imprese industriali e commerciali e dalla continua erosione dei loro profitti per i prestiti concessi dalle banche.
Di questo se ne parlava in alcune correnti radicali fasciste nel 1919, ancor prima di prendere il potere ma, come la storia insegna, ben presto furono abbandonate perché il fascismo è stato ben consapevole che se si voleva raggiungere il governo del paese e ancor di più mantenerlo, era indispensabile un’alleanza ferrea con i poteri forti del paese: la grande industria, la burocrazia statale, l’esercito, la monarchia e la chiesa.
Senza l’appoggio di queste non sarebbe stato possibile né raggiungere né mantenere il potere.
5 – La filosofia del capro espiatorio. Nella storia della civiltà umana sono frequenti i casi in cui durante periodi di crisi economica e sociale il disagio, la preoccupazione dell’uomo comune hanno bisogno dell’individuazione del “responsabile”, del nemico cui imputare tutte le cause del proprio malessere. Lo è stato in passato con le religioni monoteiste, è stato esasperato con i regimi fascisti e nazisti, lo è oggi nella disperazione suicida dell’islam radicale.
I vecchi e nuovi “infedeli” non sono differenti nella sostanza dalla colpevolezza per i regimi fascisti dell’essere comunista, zingaro o omosessuale perché destabilizzanti per l’ordine, la purezza della razza e il maschilismo dell’eroe militaresco. Ritorna il concetto della compattezza della comunità che deve essere preservata a tutti i costi dai motivi che ne possono minare la solidità.
La logica della divisione del mondo tra bene e male, angeli della democrazia e demoni del terrorismo, prescelti e condannati, è la linfa che ha alimentato l’ideologia fascista e nazista nel passato e che purtroppo ritroviamo ancora oggi tra chi fa della “difesa della democrazia” il proprio dogma.
La condanna e la propaganda sulla identificazione del “nemico originale” è vasto e può essere diverso a seconda degli attori e del periodo storico. Nei primi decenni del secolo scorso fascismo e nazismo li identificarono ovviamente negli avversari politici, comunisti e socialisti in primo luogo, cioè nelle organizzazioni della classe operaia. In seguito con l’identificazione di gruppi sociali appartenenti alla stessa nazione, facilmente identificabili per tradizioni e religione come ebrei, zingari, lavoratori immigrati.
6 – Il militarismo. Tutte le tendenze più autoritarie auspicano in fin dei conti alla guerra, in fondo il militarismo è il modello su cui guarda il fascismo nel plasmare la società e le forze armate non hanno senso se separate dal loro scopo finale cioè la guerra. Ernst Nolte (storico tedesco diventato poi il principe dei revisionisti – ndr) definì il fascismo per il suo percorso storico tra le due grandi guerre, figlio dell’una e padre dell’altra.

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